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AMD lancia la nuova “Scuola per educatori in diabetologia”

Una Scuola per definire nuove strategie, nuove modalità di comunicazione, nuovi strumenti; in una parola: una “nuova educazione” per migliorare l’aderenza alle terapie in soggetti con diabete

a cura di Miryam Ciotola, per il Gruppo Comunicazione


Il 23 febbraio AMD ha dato il via alla nuova Scuola per educatori in diabetologia, che punta a esplorare nuove strategie di comunicazione efficace con i pazienti, perché la loro mancata aderenza alle terapie costa ogni anno in Europa fino a 125 miliardi di euro. Abbiamo chiesto un commento ai membri del Board scientifico e di direzione del corso: il Presidente AMD Domenico Mannino e il direttore della Scuola Natalia Visalli, e poi Mariano Agrusta, Paolo Di Berardino, Giovanni Sartore e Anna Ercoli, psicologa e componente del Comitato scientifico della Scuola.

Presidente Mannino, quale il razionale del corso?
L’inerzia terapeutica dei diabetologi e la mancata aderenza del paziente alle prescrizioni: questi i due “sorvegliati speciali” che incidono maggiormente sul mancato raggiungimento di un buon compenso glicemico nei diabetici di tipo 2. I dati dimostrano che meno della metà di loro raggiunge i livelli di emoglobina glicata consigliati dalle linee-guida. L’inerzia terapeutica è uno degli errori più diffusi tra i diabetologi e consiste nel mancato riadattamento della cura quando essa non risulti efficace. La non aderenza del paziente alla prescrizione, farmacologica e di stile di vita, viene riscontrata dai diabetologi mediamente nella metà dei propri assistiti. Proprio per far fronte alla sfida di fornire ai diabetologi le competenze per vincere l’inerzia terapeutica e le capacità relazionali e comunicative con cui coinvolgere più attivamente il paziente, anche sfruttando le nuove tecnologie i e social media, abbiamo progettato la nuova “Scuola per educatori in diabetologia”.

Direttore Visalli, quali le basi metodologiche?
Oggi gli operatori sanitari della cronicità non possono solo prescrivere una terapia, monitorando se e come il paziente la rispetti. Devono in prima istanza “fare i conti” con il vissuto della malattia del loro assistito e conseguentemente con i diversi momenti di elaborazione emotiva dalla diagnosi e lungo tutto il percorso di accettazione della patologia. Secondo il modello del patient engagement si riconoscono 4 fasi fondamentali: il blackout iniziale, la concezione di sé come semplice corpo malato, il sentirsi un paziente e infine di nuovo il percepirsi come persona che vuole essere un valido interlocutore con il suo sistema di cura.

E come definire il ruolo della tecnologia?
Per ognuno di quegli aspetti la tecnologia può essere un prezioso supporto tra operatore sanitario, consapevole degli strumenti da utilizzare, e paziente, che vuole essere indirizzato verso fonti di approfondimento attendibili. Il web è un patrimonio importante di informazioni per integrare le conoscenze. Le app dedicate possono favorire comportamenti di salute, WhatsApp, sms ed email semplificano il contatto tra il clinico e il suo assistito. Social media e chat, favorendo il confronto tra persone che affrontano la stessa patologia, possono aiutare a superare paure e ad acquisire nuove competenze.

In che modo tutto ciò viene tradotto in formazione per diabetologi?
Nei moduli della Scuola per educatori in diabetologia vi sono numerosi spazi dedicati al patient engagement: per formare i diabetologi a utilizzare strumenti che misurino il coinvolgimento attivo del paziente e mettere in atto strategie per realizzarlo. Non a caso l’AMD, insieme a esperti di diversi contesti clinici e istituzionali e a rappresentanti di associazioni dei pazienti, ha partecipato alla recente Conferenza di consenso Raccomandazioni per la promozione del patient engagement in ambito clinico-assistenziale per le malattie croniche promossa dall’Università Cattolica di Milano e dalla Regione Lombardia, con la supervisione metodologica dell’Istituto Superiore di Sanità.

Dott. Agrusta, un problema pesante certo quello dell’aderenza terapeutica ma come calcolare il suo impatto economico?
Secondo i dati dell’OMS, il costo annuo della non aderenza alle terapie farmacologiche è di circa 125 miliardi di euro in Europa e di 100 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Secondo il Centro studi Sanità in Cifre, dimenticare o non prendere i farmaci prescritti dal medico costa ogni anno alle casse dello Stato fino a 3,7 miliardi di euro in mancata attività di prevenzione, 3,8 miliardi in inefficienze dovute all’avvio ritardato del trattamento e fino a 11,4 miliardi di euro in costi di ospedalizzazione e acquisto dei nuovi farmaci.

Si potrebbe dire: se si comunicasse meglio, si risparmierebbe di più?
Pur essendo evidente l’importanza di migliorare la capacità comunicativa del medico nell’ottica di una attenta valutazione della dimensione psicosociale del paziente cronico, manca nella formazione professionale attuale lo studio e l’approfondimento in campo pedagogico e psicosociale che, se ignorato, rappresenta una delle maggiori cause della mancata adherence. Questo è uno degli assunti su cui si basa il razionale della nostra nuova Scuola per educatori in diabetologia.

Dott. Di Berardino, è ormai ampiamente dimostrato che l’inerzia terapeutica incide in modo importante nel mancato raggiungimento degli obiettivi di cura. Ma quali le cause principali? Possibile schematizzarle?
Sono diverse. Il medico sopravvaluta il proprio operato, non si confronta con i colleghi, non segue una metodologia per l’autovalutazione, non lavora in un team multidisciplinare che, grazie alla presenza di infermieri, psicologi e dietisti, potrebbe supportarlo in una gestione più globale del paziente e della terapia. Talvolta, il clinico è riluttante al cambiamento per motivi organizzativi, come nel caso in cui si rende necessario il passaggio dagli antidiabetici orali alla terapia con insulina. Quest’ultima richiede tempo e impegno necessari all’educazione terapeutica e alla formazione del paziente e, sulla base di diversi “ragionamenti scusa”, il medico tende a rimandare la modifica del trattamento magari alla visita successiva. Così possono trascorrere anche dei mesi durante i quali il paziente non raggiunge gli obiettivi terapeutici.

Dott. Sartore, ma come “ingaggiare il soggetto curante” nell’alleanza terapeutica?
Malessere e burnout sono condizioni sempre più frequenti negli operatori sanitari alle prese con pazienti cronici che vanno seguiti e motivati costantemente, per molti anni. I giovani diabetologi, dato il particolare momento storico che vive oggi l’assistenza sanitaria nel nostro paese, sono particolarmente a rischio. Obiettivo della nuova Scuola AMD è quindi anche quello di supportare i medici nel ricostruire una situazione di benessere, consapevolezza del proprio ruolo ed entusiasmo professionale. Solo se motivati in tal senso, potranno a loro volta essere in grado di coinvolgere il paziente, lavorando con lui in modo ottimale. Il nostro auspicio, inoltre, è che i primi 25 discenti della Scuola trasmettano gli strumenti e le competenze acquisite ad altri colleghi, in modo che questo progetto formativo così pioneristico abbia una ricaduta a cascata quanto più ampia possibile”.

Dott.ssa Ercoli, in effetti, porre al centro il “soggetto curante” è un approccio decisamente innovativo…
Sì. Per la prima volta si tenta infatti di dare spazio anche alla sfera personale degli operatori sanitari, spesso restii a mettere a nudo le proprie fragilità, e non solo nell’ambito delle competenze mediche, relazionali e organizzative. La relazione “che cura” necessita di due persone che, con modalità diverse, devono concentrarsi su sé stessi per recuperare una condizione di ben-essere che possa favorire, in modo significativo, anche l’alleanza terapeutica. Il medico che sta bene con sé stesso, può influenzare positivamente il suo assistito per renderlo responsabile della sua malattia. Al contrario, se il medico si trova in uno stato di mal-essere si sentirà demotivato e difficilmente saprà stimolare il paziente. Nello specifico, la Scuola prevede due moduli durante i quali cercheremo di risvegliare riflessioni e fornire alcuni strumenti utili per recuperare il rapporto con sé stessi e dare nuovo senso alla propria identità professionale”.

Presidente Mannino, in conclusione: quale augurio per questa nuova sfida di AMD?
L’operatore sanitario oggi è sottoposto a forti pressioni: l’innovazione terapeutica sta rivoluzionando gli scenari dell’assistenza alle persone con diabete, ma la sostenibilità del sistema sanitario impone continue restrizioni; le istituzioni da una parte stimolano l’adozione di PDTA per garantire efficacia ed efficienza degli interventi, dall’altra procedono a tagli lineari delle risorse, riduzione del personale e all’accorpamento delle strutture. Per il diabetologo che lavora con i pazienti in circostanze simili, lo stress cronico può essere emotivamente logorante e causare difficoltà nell’erogazione quotidiana delle cure, attivando condizioni di malessere e di burnout. Nell’ottica di generare un vero cambiamento, auguro che la Scuola AMD possa supportare i diabetologi nel costruire una rinnovata motivazione e una capacità di comunicazione capace di apportare beneficio a sé stessi, al team in cui si lavora e alla relazione con i pazienti e le famiglie.

 

Con il supporto non condizionante di Abbott, AstraZeneca, DOC Generici, Medtronic, Menarini Diagnostics, Novo Nordisk e Sanofi, il progetto formativo ha preso il via il 23 e 24 febbraio 2018 con il primo ciclo di lezioni e si articolerà in diversi moduli nel corso dell’anno per concludersi nel prossimo novembre.