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Diabete.it

Immersi nelle sigle

DH, ASL, DRG… le sigle nel mondo della sanità (anzi nel SSN) si sprecano. I pazienti si disorientano e anche noi medici all’inizio facciamo fatica a capirle. Anche se non sembra sono utili, ma da quando ci si è messa la burocrazia il loro uso è diventato indiscriminato.
Ne parla Franco Gregorio

Intervista a Franco Gregorio

Fortunato lui, non solo lavora nella piacevolissima Fabriano, dove è responsabile dell’Unità operativa di Diabetologia dell’Ospedale ‘Profili’ ma vive anche nella ancora più bella Perugia. Viaggiando su e giù per le colline umbre e marchigiane ha tempo di pensare a molte cose, per esempio perchè usiamo le parole in un certo modo

Siete disorientati dalle sigle che sembrano crescere come funghi nel mondo della sanità? Vi chiedete perchè aggiungere alla difficoltà intrinseca di una terapia o di una istituzione questi ulteriori ostacoli? Sappiate che… anche per noi medici l’impatto con le sigle è stato duro. Oggi le sigle si imparano fin dall’università. Ma per tanti di noi, non più giovanissimi, sono acquisizioni post-laurea, apprese non durante il corso di studi, sui banchi di scuola, ma “in corso d’opera” quando già lavoravamo nei nostri ospedali, nei nostri ambulatori.

All’inizio per fare bella figura… A poco a poco abbiamo accettato queste nuove sigle. Le abbiamo acquisite, digerite e infine, timidamente, utilizzate. All’inizio le abbiamo usate solo parlando fra colleghi per sfoggiare una terminologia ‘aggiornata’. Poi si sono infiltrate nel nostro linguaggio comune e abbiamo finito con utilizzarle nella nostra attività clinica quotidiana riversandole sui nostri amici pazienti che pian piano le hanno a loro volta conosciute, accettate e utilizzate.

Non ci rendevamo ancora conto… Non molti di noi avevano capito che l’uso delle sigle era la prima avvisaglia di qualche cosa che si stava presentando all’orizzonte della nostra vita professionale di medici e diabetologi: quel processo di globalizzazione anglosassone della terminologia medico-scientifica che avrebbe modificato profondamente il nostro linguaggio tecnico e comunicativo. Già perche la sigla oltre a essere breve è anche internazionale. La sindrome causata dal virus HIV è chiamata AIDS in tutto il mondo, acronimo di Acquired Immuno Deficency Syndrome. I francesi hanno provato a tradurla in SIDA, noi italiani, che pure potevamo accodarci (Sindome di Immuno Deficienza Acquisita) non ci abbiamo nemmeno pensato. Le sigle servono quindi per superare un ostacolo linguistico.

L’arrivo del gergo sanitario. Eravamo tutti più giovani. La diabetologia e le società scientifiche diabetologiche erano giovani, la famosa “legge 115” era appena nata, c’era tanto entusiasmo e ottimismo, si lavorava con passione e allegria. Gli standards assistenziali erano inesistenti e non ci si pensava nemmeno. L’accreditamento era un concetto astratto, poco più che filosofico, liquidato con un’alzata di spalla. Gli obiettivi medici proposti (glicemie, pressione arteriosa, etc.), le terapie effettuate, i materiali acquistati e utilizzati derivavano da valutazioni approssimative e troppo spesso soggettive. Non poteva durare. Occorreva un po’ d’ordine. Era necessario fornire riferimenti omogenei, linee guida generali. Bisognava razionalizzare i consumi, governare la spesa, contenere i costi, programmare gli interventi e misurarne gli effetti. È venuta la riforma e sono nate le USL (Unità Sanitarie Locali) anzi U SS LL perchè antica regola vuole che le parole plurali in sigla siano raddoppiate. Poi trasformate in ASL (Aziende Sanitarie Locali). Sono spuntate come funghi nuove sigle, nuovi acronimi, nuove definizioni. In molti abbiamo pensato: è una moda, passerà. Siamo in Italia, non durerà a lungo. Sbagliavamo.

Sigle e burocrazia. Alla globalizzazione linguistica si è aggiunta la capacità di produzione di sigle tipica di ogni burocrazia. Abbiamo appreso nuovi significati, nuovi termini e con essi nuovi concetti e un nuovo modo di essere e di fare i medici. Da primari, aiuti e assistenti siamo stati trasformati in “dirigenti” di diverso livello e i nostri reparti e servizi si sono trasformati in UO (Unità Operative) dotate di centri di costo e raggruppate in dipartimenti. Abbiamo dovuto iniziare a proporre e a contrattare i budget annuali che debbono basarsi sul PSA (Piano Strategico Aziendale) a sua volta espressione del PSR (Piano Strategico Regionale) rispettando le necessità del Benchmarking aziendale. Gli obiettivi di budget debbono poi essere valutabili mediante adeguati indicatori in termini di Effectiveness ed Efficacy sulla base degli outcomes scelti.

Non parliamo della qualità. Abbiamo iniziato a valutare la Customer Satisfaction, rispettare gli standards qualitativi imposti dagli ISO 9000, inviare i dati richiesti dal SSI (Sistema Sanitario Informativo) all’osservatorio epidemiologico aziendale affinchè potesse inviarli all’Agenzia Sanitaria Regionale che li avrebbe valutati. Ci è stato richiesto di contribuire alla APQ (Analisi Partecipata della Qualità) con l’obiettivo di eliminare le criticità identificate dai GVQ (Gruppi Verifica Qualità) espressi dai gruppi dipartimentali del CAQ (Comitato Aziendale Qualità) creato per il MCQ (Miglioramento Continuo della Qualità). È stato necessario compilare attentamente le SDO (Scheda di Dimissione Ospedaliera) perché potesse essere effettuata una corretta codifica dei DRG (Diagnosis Relaated Group) e degli ICD IX (International Classification of Diseases, 9th version) secondo l’ultima CM (Clinical Modification). Abbiamo dovuto contenere i giorni di ricovero ordinario per rispettare i PRUO (Protocollo di Revisione dell’Uso dell’Ospedale) ricorrendo più estesamente ai servizi di DS (Day Surgery). Abbiamo anche dovuto evitate l’uso improprio del DH utilizzando invece i PAC (Pacchetto Ambulatoriale Complesso) economicamente meno gravosi per l’azienda. Sono state implementate le RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali), è stata potenziata l’ADI (Assistenza Domiciliare Integrata), in alcune realtà è stata attivata l’ADO (Assistenza Domiciliare Oncologica).

Sigle di tre e quattro lettere… Sotto un aspetto meno gestionale e più culturale siamo rientrati nei programmi di ECM (Educazione Continua in Medicina) che prevede l’acquisizione annuale di crediti formativi. Abbiamo acquisito competenze di EBM (Evidence Based Medicine), imparato a distinguere il RR (Relative Risk) dall’AR (Absolute Risk) con cui valutare gli RCT (Randomized Clinical Trial) e interpetrare le metanalisi per poter valutare i NNT (Number Needed to Treat) delle diverse opzioni diagnostico-terapeutiche allo scopo di effettuare ad un EBHC (Evidence Based Health Care). Il tutto ci ha consentito una valutazione farmacoeconomica in termini di anni di vita e QUALY (Qualità-Adjusted Life Yerar) e ci ha permesso di mettere a punto percorsi assistenziali appropriati.

Cambiamo insieme. Dopo questa ondata di sigle, questa buriana di neolinguismi, mi piace tornare dal mio amico e paziente con semplicità, dirgli che anch’io mi ci ritrovo male fra tutte queste sigle nuove, mi muovo a disagio fra budget, marketing e farmaco-economia. Non sempre mi riesce di “governare il cambiamento”, anzi spesso sono i cambiamenti a condizionare la mia vita professionale. Ma, proprio per non subirli, è necessario accettare i cambiamenti inevitabili. Dovendoli accettare, è opportuno sviluppare un eclettismo intellettuale che sappia cogliere il meglio da ogni cosa nuova. Non dobbiamo accettare “a priori” ogni cambiamento, appiattirci supinamente su ogni novità, ma non dobbiamo neppure rifiutare ”a priori” ogni cambiamento, arroccarci in difesa e a difesa della nostra auto-celebrazione. Insieme dobbiamo partecipare al cambiamento. Partecipare è una parola bellissima, che viene da lontano (significa partem capio: prendo parte, o anche prendo una parte) e va lontano. Insieme. Da soli non ce la facciamo nè noi medici a rinunciare alle sigle nè voi pazienti a orientarvicisi.