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Diabete.it

Un uomo incredibilmente fortunato

Una vita passata impiegando tutto il tempo nella attività più bella che un uomo possa svolgere: portare o mantenere la salute. E una vecchiaia ancora più ricca passata a parlare via radio con tutti i paesi del mondo e a risolvere, nel tempo rimasto libero, il problema del diabete nel Madagascar. Andrea D’Agostino, coetaneo dell’insulina e fondatore della diabetologia italiana ne ha di cose da raccontare.

Intervista a Andrea D’Agostino

Nato a Camerino nel 1921, vive a Rapallo. È stato tra i fondatori e il 4° presidente dell’AMD. Libero docente, ha svolto incarichi universitari. A Napoli, dove ha percorso tutta la sua vita professionale, e in Campania ha fondato e presieduto a lungo la AID, network di 12 ambulatori specializzati in convenzione, che proponeva un modello assistenziale ante litteram di gestione integrata dei percorsi e cartella clinica unificata

Sono un uomo fortunato, incredibilmente fortunato. Nella mia vita ho fatto sempre e solo quello che volevo. Non è stato difficile perché a me piace… lavorare. Mi piace fare il medico e in particolare mi piace seguire le patologie croniche come il diabete. Ho trovato amici assai pazienti (e pazienti assai amici) e una moglie meravigliosa che mi hanno lasciato coltivare questo favoloso passatempo che è curare.

Io e la diabetologia siamo cresciuti insieme… Sono nato nell’anno in cui si scopriva l’azione dell’insulina, ho iniziato a lavorare nel 1947 quando la penicillina e altre scoperte iniziavano a debellare le patologie acute, permettendo ai pazienti di sviluppare quelle croniche. Insieme ad alcuni cari amici abbiamo fondato l’Associazione Medici Diabetologi. A Napoli, dove ho lavorato dal 1947 fino a non molti anni fa, sono riuscito a creare una risposta nuova al problema diabete.

‘Coperti’ dalla mutua solo per 90 giorni. Qualcuno ricorderà che negli anni ‘50 i lavoratori e i pensionati erano assistiti dalla loro ‘Cassa Mutua’ l’Enpas per gli ‘statali’, Enpdped per gli enti locali e così via. Queste ‘mutue’ non prevedevano l’idea di una patologia cronica. Ed escludevano che una stessa patologia potesse essere assistita per più di tre mesi all’anno! Le persone con il diabete erano quindi ‘coperte’ solo per tre mesi ogni anno, e dopo si dovevano arrangiare facendosi carico delle spese mediche (indagini, farmaci, visite). Il decorso e la prognosi del diabete erano un disastro. Vari tentativi di aggirare il problema chiedendo esami diagnostici o insulina a prezzo ridotto erano vanificati nientemeno che dall’Ordine dei medici e da quello dei Farmacisti.

Più un club che un ambulatorio… Per mia iniziativa, e proprio sulla mia scrivania, nacque così l’idea di una libera associazione fra persone con il diabete, un ‘club’ con una quota annuale di iscrizione quasi simbolica. Di fatto però l’Associazione Italiana Diabete permetteva ai pazienti di accedere ai ‘loro’ laboratori con una tariffa ridotta. Grazie agli aiuti americani post bellici l’Aid riusciva ad acquisire l’insulina a condizioni di estremo favore. Naturalmente il consiglio direttivo dell’Associazione era costituito da diabetici, il presidente dell’Associazione era un diabetico e il diabetologo era soltanto un consulente.

L’esperienza-pilota dell’AID. Dapprima esisteva un solo ambulatorio poi via via ne vennero aperti altri 11; l’AID esiste ancora oggi, ricordo fra i tanti colleghi Gerardo Corigliano, anche se il contesto normativo è cambiato molte volte. Qualcuno di questi cambiamenti mi ha visto giocare un ruolo. Dopo un lungo lavoro di sensibilizzazione, di preparazione, di documentazione, grazie all’appoggio di alcuni importanti politici diabetici, sono riuscito dapprima a convincere l’Enpas ad assistere le diabetiche gravide per tutto il periodo della gestazione, poi a convincerlo che una assistenza sistematica e facilmente accessibile riusciva a evitare ai bambini tanti ricoveri da determinare un risparmio enorme, poi a convincere le casse mutue minori a seguire la stessa strada, poi via via, fino a creare le premesse affinché si muovesse l’INAM. Con queste convenzioni Napoli ebbe un primato.. ebbe per prima in Italia delle convenzioni che infrangevano il ‘ciclo di malattia’.

Primi a parlare di percorsi… Le statistiche sulle complicanze confermavano la giustezza delle scelte fatte mostrando di anno in anno gli enormi benefici di questa nuova impostazione. L’arma vincente si rivelò la firma di una convenzione con una normativa estremamente semplice e controllabile, a prezzi così stracciati che chiunque avesse paragonato il costo degli inevitabili giorni di ricovero con l’ammontare del costo forfetario annuale di una assistenza omnicomprensiva (che azzerava quasi i ricoveri) non poteva che indirizzare i diabetici verso le strutture convenzionate. Oggi vedo con simpatia che l’AMD propone argomentazioni simili, anche se sostenute da dati molto può completi e sofisticati, agli interlocutori regionali. Ricordo con piacere queste battaglie. Sono stato fortunato, non avete idea di quanto fosse bello alzarsi la mattina, parlare con i pazienti, sapere che l’AID era sentita davvero da molti di loro come una ‘casa’, un prolungamento del loro mondo della loro vita. Era appagante trovare modi sempre più efficaci per aiutarli… almeno lo è stato fino a un certo punto ma… glissons.

Prevenire la pensione… Sono stato fortunato, alla fortuna però bisogna dare una mano, anzi una antenna… Mi spiego. Il medico impara molto dai suoi pazienti, che sono spesso più anziani di lui. Curandoli ho notato come molte persone in ottima salute all’indomani del pensionamento iniziano ad avvertire e sviluppare acciacchi e patologie anche serie. La causa principale è la noia. Per questo la mia pensione, dimenticavo ho 82 anni, è stata preparata con grande anticipo. Bisogna ‘prevenire’ la pensione insomma. Ho quindi posto le basi per due hobby: la storia e la radio.

Storia delle epidemie viste dai ‘sani’. Molti colleghi sono affascinati dalla storia della medicina, alcuni dalla storia delle epidemie avvenute nel mondo. Io sono più interessato alle epidemie temute che a quelle avvenute. Tutta la vita ho raccolto materiali sui cordoni sanitari, sulle quarantene, sulle leggi e i provvedimenti incredibili che venivano emanati per scongiurare l’arrivo di una epidemia. Storia del passato? Forse. Quando sono andato in pensione ho aperto le casse di documenti che avevo raccolto. È nato così il mio libro “Contagio sudore lacrime e sangue in tempo di peste” che a qualcuno è piaciuto, visto che ho speso a stamparlo meno di quanto non abbia incassato dalle vendite, per non parlare di qualche premio. Sta ai giornali raccontare dei controlli agli aeroporti per paura della Sars, la strage di polli cinesi. Nulla di più attuale della storia antica.

“Qui il diabete non si cura, qui di diabete si muore”… Ma non è di questo che ti volevo parlare, caro diario. Ti volevo parlare di un modo strano di fare il diabetologo. Noi radioamatori abbiamo inventato le chat circa 50 anni prima di internet. È una cosa un po’ più seria: occorre un patentino lasciato dal Ministero, ciascuno ha una sigla, ci sono dei controlli, delle regole. È una piccola oasi di civiltà. Una sera sento parlare in perfetto italiano un radioamatore del Madagascar. Era un tecnico italiano impegnato in un ospedale nel centro-sud della grande isola al largo dell’Africa australe. Tanto per dire qualcosa chiedo: “Io sono un diabetologo, come curate lì il diabete?”. La risposta è agghiacciante. “Non lo curiamo. In Africa chi ha il diabete muore.” Chiedo di parlare con il direttore sanitario dell’ospedale che mi dice la stessa cosa. Non ci potevo credere.

Come fare autocontrollo senza orologi né bilance… Avevo alcuni amici nel mondo. Vado a Ginevra dove il responsabile del programma diabete dell’Organizzazione mondiale della sanità mi conferma, anche avallato da medici africani, che una terapia ‘autogestita’ come quella chiesta dal diabete di tipo 1 risultava impossibile in Africa. Perché? È presto detto: “Noi al paziente scriviamo di prendere, venti minuti prima di pranzo, due unità di insulina per ogni 50 grammi di pasta”. Semplice no? Peccato che in Africa, a parte che pochissimi sanno leggere, nessuno ha idea di cosa siano 20 minuti (gli orologi sono una curiosità) e nemmeno 50 grammi (anche le bilance sono rarissime).

Non sarei riuscito a godermi i tramonti di Rapallo… È vero, la sfida era difficile ma io, quasi coetaneo dell’insulina, non potevo accettare che mentre mi godevo il tramonto sul terrazzo a Rapallo qualcuno in Africa stava morendo per il diabete di tipo 1. Presi le valigie più grandi che potevo trovare, le riempii con 70 chili di materiali e strumenti diagnostici e volai in Madagascar, nella provincia dove ha sede l’ospedale. Con la collaborazione delle autorità e dei medici dell’ospedale uno a uno riuscimmo a trovare una soluzione per tutti i problemi.

Il carbohydrate counting alla malgascia. Come? Disegni invece di scritte per gli analfabeti. Alba, mezzogiorno e tramonto al posto delle ore. Misure di capacità invece che di peso. In tutta l’isola le scatole vuote di latte condensato sono usate come contenitori. Una scatola piena di riso equivale a un certo numero di calorie… Ecco il ‘carbohydrate counting’ alla malgascia. Temo che molti pazienti europei siano più imprecisi nei loro calcoli. Restava il problema della refrigerazione dell’insulina. Ma contenitori smaltati isolati con foglie e tenuti all’ombra impediscono al farmaco di superare i 13 gradi di giorno. E le Case produttrici, da me contattate, hanno ammesso che in quelle condizioni l’insulina può durare per tre mesi. Giusto l’intervallo fra una visita e l’altra.

Niente ‘trasgressioni’ nell’Africa nera. Ho scoperto anche degli aspetti positivi (dal punto di vista metabolico) della realtà africana: le persone svolgono una attività fisica continuativa, aerobica e piuttosto costante nell’arco dell’anno. La dieta della popolazione ruota – soprattutto per l’apporto di carboidrati – intorno a due o tre alimenti; può essere quindi adeguata con precisione all’introito glicemico previsto. Non ci sono ‘tentazioni’ o ‘trasgressioni’ nell’Africa Nera. Le siringhe sono quelle classiche, gli aghi… quelli si riutilizzano. Le glicemie (come del resto l’emoglobina glicata, il fundus oculi, l’albuminuria e i test base di neuropatia) si fanno in ospedale; a casa il paziente si controlla soprattutto attraverso stick da urina. “Hai chetoni e non glucosio? Fa niente. Hai chetoni e glucosio? Vai subito in ospedale”. Il fabbisogno di insulina è moderato, di sovrappeso ovviamente non si parla… insomma da qualche anno ‘autocontrollo’ è una parola che si traduce anche in malgascio e diabete (ovviamente insulinodipendente) non è più una sentenza di morte.

Consulenze via radio… Via radio continuo a dare qualche consiglio ma l’ospedale da tempo cammina con le sue gambe. E non è il solo. Ho fondato una associazione che si chiama Antenna Amica qui a Rapallo; insieme al Policlinico San Martino di Genova aiutiamo via radio e in altri modi altri 4 ospedali in 4 paesi africani, ma anche agricoltori, missioni. Chiunque si rivolga a noi. Siamo generosi nel dare le nostre competenze sia ‘al volo’ sia per progetti più ampi. Un socio che di lavoro fa il panettiere ha progettato e costruito un forno in Colombia… E così via. Forniamo loro l’unica cosa che può essere data a piene mani senza mai rimanerne privi: la conoscenza.