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La ricerca AMD alla ribalta

Diabete in Italia: divario di genere negli outcome clinici e fattori predittivi dell’insufficienza renale cronica nei pazienti con diabete tipo 1. La ricerca dei soci AMD alla ribalta internazionale

A cura di Miryam Ciotola per il Gruppo Comunicazione


15 luglio 2015 – L’impegno, gli sforzi e la ricerca dei soci AMD sono ben noti, ma quando i dati che emergono si distinguono anche per una presenza importante nel panorama internazionale, il gruppo ComunicAzione di AMD ne darà d’ora in poi notizia a tutti i soci. Ultimi in ordine di tempo, i risultati di un’analisi del gruppo Donna e la determinazione dei fattori predittivi dell’insufficienza renale cronica nei pazienti con diabete tipo 1.

L’analisi del gruppo Donna – che è stata presentata il 27 giugno a Bruxelles nell’ambito di un’audizione parlamentare europea sulla medicina di genere – ha coinvolto un campione imponente di pazienti, pari a oltre 470mila assistiti (450mila con diabete tipo 2 e 28mila con diabete tipo 1) in cura presso un terzo circa dei servizi diabetologici italiani. Oltre a essere inclusa negli Annali AMD, la ricerca è stata successivamente pubblicata su Diabetes Care per il diabete tipo 2 e su Plos One per il diabete tipo 1. Pubblicato su Scientific Reports è invece lo studio condotto dai ricercatori del gruppo Annali che ha coinvolto 2656 pazienti seguiti da 137 Centri di diabetologia distribuiti su tutto il territorio nazionale i cui risultati evidenziano come la lunga durata della malattia, i valori di glicemia, di emoglobina glicosilata e di trigliceridi elevati, insieme all’ipertensione arteriosa, costituiscano i fattori predisponenti a valori elevati di albumina nelle urine, e dunque alla malattia renale nei pazienti con diabete tipo 1.

Abbiamo intervistato Valeria Manicardi, direttore della UIMD dell’ospedale di Montecchio e coordinatore della Diabetologia aziendale della Ausl di Reggio Emilia, che a nome del gruppo Donna ha partecipato all’audizione a Bruxelles insieme ad altri esperti e istituzioni sensibili al tema delle differenze di genere in medicina (la sen. Paola Boldrini, componente della commissione Affari sociali, nonché prima firmataria dell’emendamento al ddl Lorenzin sulla medicina di genere approvato il 28 giugno scorso e Fulvia Signani, psicologa dell’Università di Ferrara, esperta del tema) presentando la situazione italiana, e Salvatore De Cosmo, direttore della UOC di Medicina interna e del Dipartimento di Scienze mediche dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di S. Giovanni Rotondo, nonché coordinatore dello studio Predictors of chronic kidney disease in type 1 diabetes: a longitudinal study from the AMD Annals initiative.

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Valeria Manicardi

Valeria Manicardi, quali le ragioni dell’analisi del gruppo Donna?
Abbiamo cercato di capire come, a parità di assistenza e trattamento del diabete, permanga un divario di genere in termini di outcome clinici.

Risultati?
Nelle donne con diabete tipo 2 il profilo lipidico è peggiore, e in particolare il risultato nel controllo del colesterolo LDL sotto i 100 è sempre inferiore rispetto agli uomini del 3-5% e tende a peggiorare con l’età, fino all’8%, a parità di trattamento con statine. Nel caso del diabete tipo 1, invece, le donne fanno più fatica a tenere sotto controllo la glicata, nonostante siano anche più trattate degli uomini: abbiamo infatti un 20% di donne trattate con microinfusore contro un 14% di uomini.

Tutti outcome negativi per le donne?
L’unica buona notizia è che le donne diabetiche tipo 1 non sono più ipertese degli uomini, ma ci si dovrà occupare di più anche del target pressorio nei diabetici tipo 1 di genere maschile. Tutti gli altri outcome, però, determinano nelle donne un maggior rischio di complicanze cardiovascolari: così, anche in Italia l’infarto nei pazienti con glicemia alta è più comune e grave “al femminile”, e la mortalità più elevata e il profilo di rischio cardiovascolare risulta peggiore rispetto agli uomini.

I motivi alla base di tali differenze?
Ci sono certamente differenze biologiche – variazioni ormonali legate al ciclo mestruale e alle diverse fasi della vita della donna – e una diversa risposta ai farmaci che oggi richiedono una maggiore attenzione e analisi: la sperimentazione clinica, soprattutto sui farmaci, è stata a lungo prettamente maschile, mentre è necessario indagare efficacia e sicurezza dei nuovi farmaci e dispositivi anche nelle donne, che dovrebbero rappresentare almeno il 40-50% dei soggetti da coinvolgere negli studi. Un’altra ragione potrebbe risiedere nella minore percezione da parte delle donne del rischio cardiovascolare e, soprattutto, una minore propensione a prendersi cura di sé.

Che dire dell’emendamento al ddl Lorenzin recentemente approvato in commissione Affari sociali?
Rappresenta un grande passo avanti, che conferma l’impegno del nostro Servizio Sanitario Nazionale verso l’introduzione di una medicina maggiormente orientata alle differenze di genere, sia nella diagnosi e cura, sia nella ricerca e nella prevenzione. Nel caso del diabete, l’Italia detiene un vantaggio fondamentale rispetto ad altri paesi: una Rete dei servizi di diabetologia in grado di offrire pari opportunità di accesso alle cure, di trattamento e intensità di trattamento, in controtendenza con i dati internazionali, dai quali emerge che le donne sono costantemente sotto-trattate con tutti i farmaci salvavita.

Salvatore De Cosmo

Salvatore De Cosmo, quale sono state le ragioni che hanno spinto AMD a condurre lo studio sui fattori predittivi della malattia renale cronica nei pazienti con diabete tipo 1?
Le persone con diabete tipo 1 hanno un rischio elevato di sviluppare nefropatia, e quindi hanno un rischio elevato di progressione sino all’insufficienza renale terminale, con necessità di dialisi o di trapianto, ma anche di mortalità e comorbilità, soprattutto per cause cardiovascolari. Conoscere i fattori ambientali predisponenti a tale complicanza consentirebbe pertanto di attuare appieno le strategie preventive e terapeutiche orientate a far sì che il danno renale non si manifesti o almeno non progredisca verso forme più gravi.

Qualche dato?
Nelle persone con diabete, le complicanze a lungo termine sono una delle principali cause di disabilità, inficiano la qualità di vita e causano morti premature. Nel 2015, nel mondo, circa 5 milioni di persone di età compresa tra i 20 ei 79 anni sono morte per complicanze correlate al diabete. Complicanze che, nella maggioranza dei casi, sono dipese dall’insufficienza renale cronica terminale di stadio V.

Tipologia e risultati dello studio?
È stato uno studio, osservazionale e longitudinale che ha permesso di indagare oltre 2600 pazienti con diabete tipo 1 e identificare i valori predittivi dell’insufficienza renale cronica. I risultati hanno individuato nella lunga durata di malattia, tra i 12 e 17 anni, nei valori di glicemia e trigliceridi più elevati e nella presenza di trattamento antipertensivo – quale indicatore di ipertensione arteriosa– i fattori predisponenti di insorgenza di albuminuria. Mentre l’età più avanzata e un valore di filtrato glomerulare lievemente ridotto, predisponevano alla riduzione più marcata di filtrato glomerulare.

Non ci pare siano mai stati condotti, in Italia, studi su questa tematica…
In effetti, questo è il primo studio che, in Italia, indaga sulla storia naturale della disfunzione renale in un ampio campione di pazienti adulti con diabete mellito tipo 1, fornendo indicazioni importanti sui fattori di rischio clinici predittivi della malattia renale, e – importante – svolto in ambiente reale.

Conclusioni?
Si stima che il 20-40% di pazienti con diabete tipo 1 sviluppi, nel corso della vita, una complicanza renale. Più in dettaglio, nel nostro lavoro, che ha avuto un periodo di osservazione relativamente breve, 5 anni, il 4,3% della popolazione ha sviluppato una riduzione del filtrato glomerulare e il 18% un’aumentata escrezione urinaria di albumina.


AMD segnala articoli della letteratura internazionale la cui rilevanza e significato clinico restano aperti alla discussione scientifica e al giudizio critico individuale. Opinioni, riflessioni e commenti da parte degli autori degli articoli proposti non riflettono quindi posizioni ufficiali dell’Associazione Medici Diabetologi.