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Utilizzo della terapia cardionefrometabolica negli adulti con diabete tipo 1 e malattia renale cronica

Punti chiave

Domanda: Nel diabete tipo 1 è possibile proteggere il rene senza aumentare i rischi?

Risultati: In un recente studio di coorte retrospettivo basato sul database statunitense Optum Market Clarity sono stati identificati 337.013 adulti con diabete tipo 1; l’analisi principale è stata condotta su un gruppo di 253 soggetti che avevano appena iniziato una terapia cardionefrometabolica off label (SGLT2i e GLP-1 RA) confrontandoli con soggetti senza terapia attraverso il propensity score matching. La prevalenza di malattia renale cronica (stadi 1-4) è risultata del 26,3%; inoltre, l’11,2% degli adulti con diabete tipo 1 e malattia renale cronica riceveva una terapia cardionefrometabolica off label (45,8% GLP-1RA; 30% SGLT2i; 24,1% terapia combinata). Il gruppo in terapia cardionefrometabolica ha raggiunto una riduzione del rapporto albumina-creatinina urinaria ≥30% in tempi significativamente più brevi rispetto a chi era senza terapia (HR 0,76 [IC 95%: 0,61-0,95], p = 0,0158), senza incrementare i tassi di ipoglicemia o chetoacidosi.

Significato: Nel mondo reale la terapia cardionefrometabolica, sebbene off label, viene utilizzata in una percentuale significativa di persone con diabete tipo1 e malattia renale cronica; la sua associazione con una riduzione marcata dell’albuminuria, in assenza di un incremento del rischio di chetoacidosi o ipoglicemia, fornisce evidenze rassicuranti e sottolinea l’urgenza di avviare studi clinici randomizzati specifici.


14 aprile 2026 (Gruppo ComunicAzione) – A cura di Marisa Conte

CHE COSA SI SA GIÀ. La malattia renale cronica (MRC) interessa il 20-40% della popolazione diabetica, moltiplicando il rischio cardiovascolare. La strategia di nefroprotezione nel diabete tipo 1 (DT1) si basa prevalentemente sul blocco del sistema renina-angiotensina-aldosterone (ACEi o ARB) e sul controllo intensivo di glicemia e pressione, lasciando però un elevato “rischio residuo”. Sebbene gli SGLT2i abbiano rivoluzionato il trattamento nel diabete tipo 2, nel DT1 il loro utilizzo è stato frenato dal rischio di chetoacidosi diabetica (DKA, diabetic ketoacidosis), spesso euglicemica. Recentemente, il finerenone ha dimostrato una riduzione del rapporto albumina-creatinina urinaria (UACR, urinary albumin-to-creatinine ratio) e orizzonti promettenti emergono anche per tirzepatide. A oggi, nessuna di tali classi è approvata per il DT1.

QUALI SONO LE NUOVE EVIDENZE? In uno studio di coorte retrospettivo basato sul database statunitense Optum Market Clarity, e recentemente pubblicato su Diabetes, Obesity and Metabolism da M. Luiza Caramori (Dept. of Endocrinology and Metabolism, Cleveland Clinic Foundation, Cleveland, OH; USA) e colleghi, nel periodo gennaio 2016 – dicembre 2023 sono stati identificati 337.013 adulti con DT1. La prevalenza di MRC (stadi 1-4) è risultata del 26,3%; inoltre, l’11,2% degli adulti con DT1 e MRC riceveva una terapia cardionefrometabolica (CNM) off label (sGLT2i e/o GLP-1 RA).

L’analisi principale è stata condotta tramite il propensity score matching su un gruppo di 253 adulti garantendo la comparabilità fra i soggetti in terapia CNM e quelli senza attraverso dati longitudinali del UACR completi al basale e al follow-up per evitare l’imputazione statistica dei dati stessi.

Caratteristiche del campione:

  • Età media 52 anni; BMI 34 kg/m²; HbA1c 8,1% ±1,8; 51% donne.
  • Funzione renale: eGFR 77 ± 26,7 ml/min; UACR mediano: 60,8 mg/g (IC 95%: 45,8-83,9).
  • Terapie di base: 73% ACEi/ARB; 70% statine.
  • Trattamenti CNM: 45,8% GLP-1 RA; 30% SGLT2i; 24,1% terapia combinata.

RISULTATI. Il gruppo in terapia CNM ha raggiunto una riduzione del UACR ≥30% in tempi significativamente più brevi rispetto ai controlli (HR 0,76 [IC 95: 0,61-0,95], p = 0,0158). Il beneficio è risultato consistente per entrambe le classi:

  • GLP-1 RA: HR 0,71 (IC 95: 0,52-0,97); p = 0,0324.
  • SGLT2i: HR 0,71 (IC 95: 0,51-0,98); p = 0,0385.

Il miglioramento è apparso indipendente da età, BMI o controllo glicemico senza incremento di DKA o ipoglicemia, con una tendenza protettiva per quest’ultima (HR 0,75).

Inoltre, in un’ampia percentuale di soggetti in terapia CNM si è osservata una riduzione fino al 50% del UACR(39,9 vs 31,1%, p = 0,0513) rispetto ai controlli. Il beneficio è stato osservato sia negli adulti con albuminuria conclamata sia in quelli con livelli iniziali normali.

LUCI E OMBRE DELLA PUBBLICAZIONE. Punti di forza: lo studio offre evidenze real world su popolazioni spesso escluse dagli studi clinici, con un’ottima rappresentanza femminile (51%) valida per la medicina di genere. Il rigore metodologico e l’uso di dati biochimici certi e non imputati garantiscono solidità.

Limiti: la natura osservazionale e retrospettiva impedisce nessi causali certi e persistono possibili fattori confondenti, nonostante il propensity score matching. Il UACR resta un endpoint surrogato, non garantendo protezione da esiti “duri” come dialisi o trapianto. La sicurezza sulla DKA potrebbe essere stata sovrastimata per la mancata registrazione dei casi lievi.

COMMENTI E SPUNTI PER LA PRATICA CLINICA. Poco più dell’11% delle persone con DT1 e MRC è già in trattamento off label con SGLT2i e GLP-1 RA. L’integrazione di tali terapie accelera la nefroprotezione indipendentemente dal compenso glicemico. Con un’accurata selezione della persona e una gestione esperta dell’insulina, il rischio DKA appare mitigabile. I dati di questo lavoro supportano – seppur con cautela – un approccio integrato, in attesa di validazione dagli studi prospettici SUGARNSALT (sotaglifozin) e REMODEL-T1D (semaglutide) in corso.


LEGGI E SCARICA L’ARTICOLO ORIGINALE: Diabetes Obes Metab 2026 Mar 12. Online ahead of print

PubMed


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