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Diabete e tecnologia: troppe bufale sui giornali

Il titolo non lasciava dubbi. 'L'insulina oggi si assume per bocca'. Firmato dalla più autorevole agenzia di stampa italiana: l'Ansa. Purtroppo per l'Ansa, e per le persone che vi hanno creduto, dietro questo 'lancio' e dietro altre notizie recenti (per esempio la lente a contatto di Google che misura la glicemia) non c'è nulla che le persone con diabete possano utilizzare oggi o nei prossimi anni. Parla Giorgio Grassi

Diabete.it ne parla con Giorgio Grassi

Già Coordinatore del gruppo di studio AMD-SID Tecnologie e diabete

Tutti vorrebbero poter assumere insulina senza ‘bucarsi’ e questa esigenza è il motore di consistenti investimenti nella ricerca e sviluppo di modalità di assunzione alternative. La ricerca però si muove con lentezza. Nel febbraio 2014 molti giornali e web hanno comunicato che ‘da oggi’ sarebbe stato possibile assumere insulina per bocca.

La realtà, pare di capire, è questa: una azienda indiana avrebbe trovato il modo per far superare all’insulina il doppio ostacolo che finora aveva impedito di pensare a una sua assunzione orale: l’attacco degli acidi gastrici e l’assorbimento intestinale. Stabilizzata elettricamente con l’aggiunta di alcune sostanze caricate con polarità opposte, la molecola dell’insulina sembra non degradarsi nello stomaco mentre – inserita in cellule grasse: i liposomi – supererebbe la barriera dell’intestino entrando in circolo quasi integralmente.

«E’ sicuramente una prospettiva interessante, anche se vorrei vedere degli studi clinici, prima sull’animale e poi sull’uomo, validati su riviste internazionali che finora non mi pare siano apparsi», commenta Giorgio Grassi, già direttore del gruppo di studio intersocietario AMD SID Tecnologie e Diabete, «tuttavia il passaggio dell’insulina attraverso stomaco e intestino è solo diciamo così ‘il primo livello’ del videogame. L’insulina non deve arrivare solo ‘in qualche modo’ e ‘prima o poi’ nel sangue.

Deve arrivarci nella quantità desiderata e nei tempi previsti. Di giorno come di notte, se si è mangiato molto o se si è mangiato poco, se il pasto comprende grassi e se comprende fibre. E questo non è affatto facile». Il problema è che l’insulina non è l’aspirina. Il mal di testa probabilmente passa anche se entra nel sangue solo metà dell’acido acetilsalicilico contenuto nella compressa.

Viceversa, forse non è un gran guaio nel sangue ne entra più del previsto. Con l’insulina le cose sono ben diverse. Chi cura il diabete con l’insulina deve fare in modo di assumere esattamente la dose prevista nei tempi previsti. «L’iniezione, per seccante e ‘invasiva’ che possa essere, è la modalità migliore eppure anche così vediamo troppo spesso ipoglicemie più o meno serie o iperglicemie dovute a errori nell’assunzione», afferma Grassi.

«La barra da saltare è molto alta. La quantità di insulina assunta e la sua durata di azione devono essere riproducibili tra una persona e l’altra, altrimenti un medico non saprebbe a chi prescriverla, e deve avere lo stesso effetto fra un giorno e l’altro», dice Giorgio Grassi che è uno dei diabetologi in Italia più attenti alla innovazione tecnologica, ricorda che anni fa una azienda americana aveva sviluppato una insulina inalabile che aveva superato tutti gli studi del caso.

Nonostante il grande entusiasmo iniziale l’insulina inalabile è stata abbandonata, prima di tutto per la voluminosità e la complessità del sistema di erogazione e perché non era chiaro l’effetto che avrebbe potuto avere nel tempo l’interazione fra la quantità di insulina rimasta nei polmoni e il tessuto polmonare». «L’insulina può provocare crisi ipoglicemiche anche gravi e deve essere assunta per decenni.

Attualmente, per l’insulina orale, sono in corso studio di fase II, quindi non siamo alle soglie dell’arrivo per i nostri pazienti di queste nuove insuline», ricorda Grassi, «insomma, nonostante quello che affrettatamente hanno scritto giornali e siti internet, l’insulina in pillole non è una realtà di oggi, nel migliore dei casi lo sarà fra anni e mi auguro per I nostri pazienti che questo filone di ricerca arrivi alla meta».

Il discorso non è troppo diverso per le ‘lenti a contatto che misurano la glicemia’ che sarebbero in via di sviluppo nientemeno che presso Google. Qui ci misuriamo con il ‘Google Magic’ l’aurea di invincibilità tecnologica della casa californiana. Bisogna tenere presente però che il settore della salute è molto più regolamentato rispetto all’informatica. Nell’ hi-tech il 90% del problema è tecnologico. Nella salute invece, un settore per fortuna incredibilmente regolamentato, il ‘brevetto’ è solo il punto di partenza.

«L’idea di misurare il glucosio presente nei fluidi lacrimali invece che nel sangue capillare è molto interessante. Ma occorreranno lunghissime sperimentazioni per verificare che questo sistema sia in grado di effettuare questa misurazione in tempo breve e soprattutto con l’affidabilità e accuratezza necessaria. Il dato glicemico è la base per prendere delle decisioni altrimenti non serve a nulla», ricorda Giorgio Grassi, «e se una lettura sbagliata della glicemia, poniamo 250 al posto di 150 mg/dl mi porta a aumentare la dose di insulina, ne può seguire una ipoglicemia inattesa e grave. Se segna 90 mg/dl e invece è 50, potrei reagire troppo tardi all’ipoglicemia. Le authority come FDA ed EMA le Società scientifiche e gli stessi rappresentanti dei pazienti pretenderanno prove della accuratezza di questo sistema effettuate su vasta scala e per lungo tempo. Nemmeno Google riuscirebbe a portare sul mercato uno strumento di questo tipo in meno di, diciamo, 5 anni».

Del resto, l’esempio dei sensori in continuo per il glucosio fa testo. I sensori misurano il glucosio presente nei fluidi interstiziali, Sono stati sviluppati intorno al 2000, sono stati sperimentati per anni sotto un rigoroso controllo medico (gli ‘holter glicemici’) e solo da 4 anni rappresentano una opzione terapeutica relativamente comune «eppure ancora oggi si consiglia ai pazienti di non prendere decisioni sulla base del solo dato del sensore e di confermarlo sempre con una classica glicemia capillare», ricorda Giorgio Grassi.

E allora la tecnologia non serve a nulla? Al contrario serve moltissimo. «Pensiamo all’evoluzione dei lettore per la glicemia, dei microinfusori o alla frontiera della elaborazione e transizione a distanza di una serie di dati glicemici. Queste tecnologie attendono ancora di essere portare all’interno i percorsi di cura, di far parte del bagaglio di conoscenze della persona con diabete e del medico. Più che guardare alle ‘scoperte’ futuribili, concentriamoci sulla applicazione appropriata e smart delle tecnologie esistenti». invita Giorgio Grassi,