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Diabete.it

Il paziente mi cura

Un libro, soprattutto un primo libro nasce sempre da un’esigenza autentica: nel mio caso quella di capire cosa significa essere medico. Medico diabetologo. Medico che non guarisce, e in fondo nemmeno agisce in prima persona ma può ‘solo’ aiutare l’altro a fare delle scelte più adeguate. È il caso de Il medico smarrito, il libro che ho scritto insieme a due miei maestri.
Le considerazioni di Enrico Torre

Intervista a Enrico Torre

43 anni, ‘orgogliosamente genovese’, si occupa degli Ambulatori di diabetologia territoriale della ASL Genova 3 Ponente, fa parte dello stesso Team fondato da Marco Comaschi (con il quale condivide l’interesse per l’economia sanitaria) e diretto da Andrea Corsi, (che lo ha iniziato all’educazione terapeutica). Il libro scritto da Torre con Corsi e Paolo Gentili, si intitola Il medico smarrito (CG edizioni medico scientifiche Torino)

Essere diabetologo, ha scritto qualcuno in questa rubrica, è una condizione cronica. Giustissimo. E come il diabete ha un suo percorso di accettazione. Accetto di non avere la bacchetta magica, il ‘tocco’ magico. Accetto di curare meno con le medicine e molto… molto con cosa? Penso di aver trovato la risposta. Nessun merito mio, ho avuto due grandi maestri: io curo con il mio essere uomo. Il lavoro del diabetologo è essere persona. Saperlo essere con tutte le difficoltà e le potenzialità che questo comporta.

Si impara anche soffrendo, lo dicevano i greci. L’intuizione che l’educazione terapeutica mi ha fatto nascere è che aver sofferto è un aspetto importante nella relazione terapeutica. Non necessariamente della stessa malattia del paziente.

Essendo questo un diario faccio un esempio personale. Da qualche anno ho la gastrite. Il modo migliore per tenerla a bada è mangiare il giusto rinunciando ad alimenti particolarmente irritanti. C’è un problema anche qui di ‘adherence’ alla terapia. Prima di sviluppare la gastrite istintivamente dividevo i pazienti in ‘buoni’ e ‘cattivi’ a seconda della loro capacità di seguire certe raccomandazioni. Oggi so – lo vedo dal mio comportamento – che nella realtà non si è ne buoni ne cattivi.

Il paziente Enrico di anni 43 – gastrite con RE – più spesso è ‘buono’ a volte è ‘cattivo’ . Per gola, per fame, perché non resiste a una tentazione si ‘strafoga’ e passa la notte con lo stomaco in fiamme. Detto in altre parole non esistono pazienti ‘buoni’ né ‘cattivi’, perché in questa suddivisione è implicito un giudizio. E se il medico giudica, si allontana dal paziente e non è più in grado di stabilire un rapporto di cura efficace. Questo non c’era sui libri ma l’ho imparato sulla mia pelle.

I libri servono a poco. Lo dico anche se ne ho pensato e scritto uno insieme ai due miei maestri: Andrea Corsi, diabetologo e alfiere della educazione terapeutica e Paolo Gentili, docente di Psicologia a Roma, psicoterapeuta che accompagna da tempo le riflessioni di noi diabetologi. Il medico smarrito parte proprio da un racconto diviso in tre fasi: “Il medico smarrito”, “Il paziente smarrito” e “Lo specchio”.

A ognuna di queste tre fasi fanno seguito riflessioni davvero magistrali di Andrea Corsi e di Paolo Gentili. Il registro narrativo stimola le riflessioni è da loro carne e ossa. Nel racconto ci sono personaggi molto vicini a essere persone. Sono persone che mettono in discussione. Come molti diabetologi. Ecco, io sono convinto che l’educazione Terapeutica e la Psicologia, penso in particolare a quella Rogersiana, diano degli strumenti e mi piacerebbe che questo libro (stampato e distribuito a 7 mila medici grazie all’intervento di tre case farmaceutiche) stimolasse la curiosità di procurarseli questi strumenti.

Ma non basta. Convivere con la malattia in fondo significa essere uomini ed è qualcosa che va oltre gli obiettivi della educazione terapeutica e della psicologia. È una sfida ardua. Come diabetologi noi non operiamo sul terreno fisiologico del pancreas (o dello… stomaco). Il nostro ‘teatro operatorio’ è la vita stessa del paziente, i suoi vissuti e questi sono sempre diversi da come ce li aspettavamo. La relazione fra medico e paziente deve quindi essere descritta nella sua eterogeneità. Credenze, ruoli e feticci (l’idea del buon medico e del buon paziente che sia il medico sia il paziente hanno e con la quale si confrontano) si dispongono in maniera diversa ogni volta.

Come superarli? Tenendo presente che grazie al mio vissuto entro in contatto con chi mi sta davanti. In ogni relazione. Detto in altra maniera: il curante deve sapere che è curato dal suo paziente. Sempre, comunque. Per questo il concetto di specchio conclude la narrazione e vuole proporsi come sintesi come proposta di soluzione dello scacco in cui il medico si trova smarrendosi. Come l’ho fatta lunga!

Solo una cosa aggiungo: Ma il titolo del mio, del nostro libro può essere letto anche in un altro modo. Il medico può essere smarrito inteso come participio. Un ‘oggetto smarrito’ dalla collettività che è si attende da noi la risoluzione immediata del problema. Si è perso il ruolo del medico come accompagnatore, confessore, amico, testimone. Quel che volete. Anche questo ruolo può essere recuperato facendo vibrare, aleggiare nel colloquio la sofferenza, la dimensione umana del rapporto. Se so che sono anche io ‘paziente’ (nel senso che ‘patisco’) potrò non giudicare e solo dove non c’è giudizio di può essere empatia, empowerment, cura efficace.

Fa bene ai medici essere ogni tanto malati sedersi dall’altra parte della scrivania rendersi conto come si è fragili, come si è deboli. Questo libro è piaciuto ai primi che lo hanno letto. Sono orgoglioso delle splendide parole scritte da Jean Philippe Assal. Il fondatore della Educazione terapeutica mi ha cercato mentre ero in montagna (sinceramente all’inizio pensavo che si trattasse di uno scherzo dei miei colleghi) e poi a casa e si è offerto per scrivere parole che mi fanno arrossire. Spero che piaccia anche ai diabetologi, ai medici di medicina generale e magari anche a chi ogni giorno accompagna il suo medico in un percorso di consapevolezza e umanità.