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Il rapporto GMI/HbA1c: un nuovo possibile indicatore di complicanze microvascolari nel diabete tipo 1

RISULTATI
Quanto sono affidabili i parametri derivati dal monitoraggio continuo del glucosio (CGM, continuous glucose monitoring), come il glucose management indicator (GMI), nel predire le complicanze nei pazienti con diabete di tipo 1 (DT1) rispetto all’HbA1c? Questa domanda diventa cruciale nella pratica clinica per quel 10-15% di soggetti in cui si osserva una discordanza significativa tra i due parametri. Nel recente studio osservazionale cross-sectional (trasversale), pubblicato da Sandra Herranz-Antolí (Guadalajara University Hospital, Guadalajara, Spagna) e colleghi su Diabetes, Obesity & Metabolism, 1315 persone con DT1 sono stati suddivise in terzili sulla base di un parametro recentemente introdotto: il rapporto GMI/HbA1c. Il terzile con il rapporto più basso composto dai soggetti ad elevata glicazione, pur presentando migliori parametri glucometrici al CGM, mostravano un rapporto GMI/HbA1c significativamente e inversamente associato alla presenza di complicanze microvascolari complessivamente intese (OR 0,71, IC 95% 0,61-0,81, p <0,001) e di retinopatia (OR 0,71, IC 95% 0,61-0,82, p <0,001), anche dopo aggiustamento per fattori confondenti clinici e glucometrici, con una maggiore prevalenza anche delle complicanze macrovascolari (sebbene non analizzate in modo specifico).

Tali risultati confermano che GMI e HbA1c non sono sempre “allineati” e dimostrano il potenziale del rapporto GMI/HbA1c nella pratica clinica quotidiana per stratificare meglio il rischio di complicanze, definire obiettivi di controllo personalizzati e ottimizzare le strategie di screening.

CONTESTO (IL QUESITO CLINICO ALLA BASE DELLO STUDIO)
Nella pratica clinica abituale non è raro imbattersi in soggetti che presentano una discrepanza tra l’HbA1cdosata e il GMI stimato nello stesso arco temporale. Sebbene l’esposizione media al glucosio sia il determinante principale dell’HbA1c, essa ne spiega solo il 60-80% della varianza. Esistono infatti altri fattori che influenzano i processi di glicazione, tra cui la permeabilità di membrana e l’emivita dei globuli rossi, lo stress ossidativo, il tasso di deglicazione, il turnover proteico, oltre a fattori genetici ed epigenetici ancora poco noti (così come l’età e l’etnia). Il rapporto GMI/HbA1c fornisce una misura diretta della discordanza tra la glicazione attesa (GMI) e quella realmente osservata (HbA1c), consentendo di identificare i soggetti con un’elevata propensione alla glicazione. In tali casi, il valore di GMI derivato dal CGM risulta inferiore al valore di HbA1c misurato in laboratorio. Lo studio si è proposto di valutare se tale rapporto rappresenti un fattore di rischio indipendente per lo sviluppo di complicanze microvascolari e, secondariamente, come si distribuiscano le complicanze micro- e macrovascolari nel fenotipo a “rapida glicazione”.

COSA DICE IL NUOVO STUDIO
C’è un crescente interesse verso l’associazione tra le metriche derivate dal CGM e le complicanze croniche nel DT1; questo lavoro si distingue per aver analizzato la più ampia coorte di soggetti finora studiata in tale ambito, con una caratterizzazione completa delle complicanze. Analizzando nello specifico i soggetti con rapporto GMI/HbA1c <0,9 (fenotipo a glicazione rapida, 16,4% della coorte) si confermava una forte associazione indipendente con le complicanze microvascolari come raggruppate (22,1%, p <0,001) con la malattia oculare (23,9%, p <0,001) e la polineuropatia (32,9%, p <0,001), tuttavia perdeva di significatività l’associazione con la nefropatia e la malattia cardiovascolare.

LIMITI E PUNTI DI FORZA
I principali limiti dello studio risiedono nella mancanza di dati su importanti fattori di rischio confondenti per lo sviluppo di complicanze micro- e macrovascolari – quali dislipidemia, ipertensione arteriosa, abitudine al fumo e stile di vita – e nel disegno trasversale, che non permette di stabilire nessi di causalità né di esplorare i meccanismi fisiopatologici sottostanti. Tra i punti di forza spiccano, oltre all’ampia numerosità campionaria e al disegno multicentrico, l’utilizzo esclusivo di un singolo sistema CGM (Free Style Libre 2, Abbott) per tutta la coorte, scelta che ha permesso di azzerare la potenziale variabilità interdispositivo.

SPUNTI PER LA PRATICA CLINICA
Nei nostri ambulatori, la gestione della persona con DT1 si basa sempre più sulle metriche derivate dal CGM, i cui vantaggi nel guidare l’andamento glicemico giornaliero e nel prevenire ipo- e iperglicemie sono innegabili. Tuttavia, questo studio ci ricorda l’importanza di affiancare sempre l’HbA1c, calcolando così il rapporto GMI/HbA1c. Si tratta di un parametro a costo zero e facile da ottenere (basta uno scarico dati a 90 giorni) che, utilizzando un cut-off <0,9, ci permette di “smascherare” i glicatori rapidi: pazienti apparentemente ben controllati secondo il sensore, ma in realtà più vulnerabili allo sviluppo di complicanze microvascolari, sui quali è opportuno intensificare lo screening e personalizzare i target terapeutici.


A cura di Marta Seghieri (AMD ComunicAzione)
3 novembre 2026


Fonte
Herranz-Antolín S, Martínez-Brocca MA, Cánovas-Molina G,  et al. Association Between the GMI/HbA1cRatio and Microvascular Complications in Type 1 Diabetes: A Multicenter Cross-Sectional Study. Diabetes Obes Metab 2026 Oct 15. Online ahead of print


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AMD segnala articoli della letteratura internazionale la cui rilevanza e significato clinico restano aperti alla discussione scientifica e al giudizio critico individuale. Opinioni, riflessioni e commenti da parte degli autori degli articoli proposti non riflettono quindi posizioni ufficiali dell’Associazione Medici Diabetologi.