Nelle persone con e senza DT2 la miosteatosi è associata a outcome ospedalieri avversi e al CONUT score
Punti chiave
Domanda: La miosteatosi correla con outcome clinici avversi intraospedalieri e con il punteggio CONUT in persone con e senza diabete tipo 2?
Risultati: In uno studio osservazionale, condotto su 227 pazienti di età <40 anni ricoverati in un reparto di Medicina interna, sono stati ricercati esiti clinici avversi intraospedalieri, valutandone la correlazione con lo stato nutrizionale tramite la miosteatosi e il CONUT score (COntrolling NUTritional status). La popolazione è stata stratificata in base al grado di miosteatosi, differenziato per sesso, in un gruppo a bassa miosteatosi (n = 152) e un gruppo ad alta miosteatosi (n = 75). Il gruppo con miosteatosi elevata ha mostrato una maggiore prevalenza di decessi intraospedalieri (12,5 vs 26%, p< 0,001) e polmonite oltre a presentare una degenza ospedaliera più lunga con maggiore probabilità di positività a germi multiresistenti. Il decesso intraospedaliero è stato associato in modo indipendente al rapporto MM/F (OR 2,74, IC 95% 1,11-7,75, p = 0,035). Il diabete non ha mostrato un’interazione significativa su questa associazione (p per l’interazione = 0,43). Dal modello di regressione multipla, MM/F è stato associato in modo indipendente a CONUT (β = 0,30, p< 0,001).
Significato: Obiettivo dello studio era valutare l’associazione tra miosteatosi ed esiti intraospedalieri in pazienti ricoverati in un reparto di Medicina interna, con particolare attenzione nell’indagare l’associazione tra miosteatosi e il CONUT score (COntrolling NUTritional status), un indice di screening del rischio nutrizionale di recente introduzione che ha anche mostrato un potenziale valore prognostico in vari contesti clinici. Si basa sulla conta totale dei linfociti periferici, sulla concentrazione di albumina sierica e sui livelli di colesterolo totale e consente lo screening dei pazienti a rischio di cattivo stato nutrizionale utilizzando misure biochimiche molto semplici, senza richiedere la collaborazione dei pazienti. L’uso del CONUT score negli studi clinici è in aumento, e può essere utilizzato come semplice misura per lo screening nutrizionale per identificare i pazienti a rischio di esiti avversi. Accertato che la malnutrizione è una condizione che comporta alterazioni della composizione corporea, e una diminuzione delle performance fisiche, cognitive esponendo i pazienti a esiti clinici avversi. Attualmente non esiste un unico metodo standard universalmente accettato per la diagnosi di malnutrizione e gli strumenti esistenti sono spesso inadeguati per la pratica clinica di routine. Questo lavoro si inserisce proprio in tale contesto col fine di intercettare con metodica rapida e di facile accesso i pazienti su cui poter attivare poi protocolli terapeutici e nutrizionali atti a prevenire outcome avversi.
15 settembre 2026 (Gruppo ComunicAzione) – A cura di Giuseppe Frazzetto
COSA SI SA GIÀ? La malnutrizione è una condizione derivante da un apporto nutrizionale inadeguato o da un assorbimento di nutrienti compromesso, che comporta alterazioni della composizione corporea e una diminuzione delle funzioni fisiche e cognitive – condizione molto frequente nelle persone ospedalizzate nei reparti di Medicina interna. Pertanto, spesso, è necessaria una terapia nutrizionale personalizzata e un approccio multidisciplinare. In un contesto del genere l’utilizzo del CONUT score, un indice di screening del rischio nutrizionale, che ha anche mostrato un potenziale valore prognostico in vari contesti clinici e che si basa sulla conta totale dei linfociti periferici, sulla concentrazione di albumina sierica e sui livelli di colesterolo totale, consentirebbe lo screening dei soggetti a rischio di cattivo stato nutrizionale utilizzando misure biochimiche molto semplici, senza necessariamente richiedere la loro collaborazione.
Strettamente correlata a tale condizione è la miosteatosi, che rappresenta una condizione infiammatoria cronica associata a ridotta funzione muscolare, alterazioni metaboliche e ridotta sopravvivenza. Inoltre, la miosteatosi stessa può contribuire all’iperglicemia, all’insulino-resistenza e alla dislipidemia attraverso molteplici meccanismi, indipendentemente dall’obesità viscerale. È stato dimostrato che le persone con diabete hanno un contenuto lipidico intra- ed extramiocellulare più elevato e la distribuzione ectopica del tessuto adiposo può a sua volta predire il rischio di diabete tipo 2 (DT2).
L’associazione tra miosteatosi ed esiti avversi è in linea con studi precedenti condotti in diversi contesti clinici. Loijaard et al., in uno studio retrospettivo che ha coinvolto 491 pazienti, hanno scoperto che la densità del muscolo scheletrico e il tessuto adiposo intermuscolare erano indipendentemente associati alla mortalità a 6 mesi e alla durata della degenza ospedaliera. Di Cola et al. hanno riportato che, nelle persone affette da cirrosi epatica, la miosteatosi era un predittore di esiti avversi e, cosa interessante, può verificarsi con o senza sarcopenia concomitante. Un’analisi longitudinale della UK Biobank, che ha coinvolto 39.804 partecipanti, ha mostrato che una composizione muscolare inadeguata, inclusa la miosteatosi rilevata tramite risonanza magnetica, era un forte predittore di mortalità per tutte le cause, con una dimensione dell’effetto paragonabile a quella del fumo o di una storia di cancro. Inoltre, Nachit et al. hanno scoperto che la miosteatosi, identificata utilizzando un’analisi basata sull’intelligenza artificiale di scansioni TC addominali, è rimasta indipendentemente associata alla mortalità dopo molteplici aggiustamenti.
COSA AGGIUNGE QUESTO STUDIO? Quello di Nicoletta Miano (Dip. di Medicina clinica e sperimentale, Università Catania) e coll., recentemente pubblicato su Acta Diabetologica, è il primo studio volto a valutare l’associazione prognostica della miosteatosi con outcome ospedalieri avversi in un reparto di Medicina interna e a correlare il CONUT score alla miosteatosi. È stato inoltre riscontrato che un rapporto MM/F (multifidus muscle to subcutaneous fat), che rappresenta l’attenuazione tra muscolo multifido e tessuto adiposo sottocutaneo valutato alla tomografia computerizzata, più elevato al momento del ricovero, indicativo di un maggiore contenuto di grasso muscolare, era significativamente associato alla mortalità intraospedaliera anche dopo aver aggiustato per i fattori confondenti. Non è stata rilevata alcuna modifica dell’effetto statisticamente significativa da parte del DT2, sebbene lo studio possa aver avuto una potenza limitata per identificare differenze fra sottogruppi. Inoltre, il CONUT score è risultato associato in modo indipendente al rapporto MM/F.
CONCLUSIONI E LIMITI. Sebbene il ruolo rilevante della miosteatosi sia annoverato nei documenti di consenso riguardanti la sarcopenia, le linee-guida internazionali dedicate alla diagnosi, alle implicazioni e alla gestione della miosteatosi rappresentano ancora un’esigenza clinica insoddisfatta. I meccanismi attraverso i quali la miosteatosi può esercitare effetti dannosi sono molteplici. L’infiltrazione di tessuto adiposo nel muscolo scheletrico potrebbe portare a una disregolazione della funzione endocrina muscolare, promuovendo lipotossicità, insulino-resistenza e infiammazione cronica. Tale processo può contribuire allo sviluppo di fragilità metabolica, poiché la miosteatosi non è solo un’anomalia nella distribuzione del grasso, ma è coinvolta anche nel catabolismo muscolare. Sebbene il diabete possa correlare con la miosteatosi, influenzando la deposizione di grasso in sede ectopica, nella coorte di pazienti valutata nello studio in oggetto l’associazione tra mortalità intraospedaliera e miosteatosi non differiva tra persone con e senza diabete. Ciò potrebbe essere dovuto a una limitata potenza statistica dello studio o, in alternativa, come suggeriscono gli autori, potrebbe significare che la miosteatosi sia un marker metabolico indipendentemente dal meccanismo fisiopatologico sottostante basato sulla dell’infiltrazione di grasso ectopica.
A tal proposito, i punti di forza dello studio, il primo a indagare il rapporto tra miosteatosi e CONUT score, sono rappresentati dal fatto che venga sottolineato come un più elevato grado di miosteatosi correli con un rischio maggiore di malnutrizione e di outcome avversi, tra cui la mortalità per tutte le cause, in un setting ospedaliero. Tuttavia, sono presenti anche alcune limitazioni, tra cui la presenza di alcuni fattori confondenti che influenzano la prognosi intraospedaliera e la miosteatosi, nonostante siano stati effettuati aggiustamenti per i fattori confondenti e analisi di sensibilità per migliorare la robustezza dei risultati. Inoltre, non erano disponibili informazioni sul controllo glicemico e sulla terapia del diabete che potrebbero aver influenzato il rischio di miosteatosi. Tali risultati, certamente incoraggianti, supportano ulteriori indagini sul CONUT score come potenziale strumento di screening per la miosteatosi, ma sono necessari studi specifici di performance diagnostica e di validazione prima che il suo utilizzo clinico possa essere pienamente raccomandato.
LEGGI E SCARICA L’ARTICOLO ORIGINALE: Acta Diabetol 2026 Aug 31. Online ahead of print
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