Skip to content

La gestione del diabete nelle aree colpite da disastri: la pianificazione è vitale

Highlights IDF 2017

A cura di Eugenio Alessi e Marcello Monesi

18 dicembre 2017 (Highlights dall’IDF – Gruppo AMDcomunicAzione) – Per migliorare l’assistenza alle persone con diabete durante un disastro, sia esso ambientale o provocato dall’uomo, è necessario migliorare di molto il coordinamento tra i gruppi e le agenzie umanitarie, tra cui si possono annoverare l’International Diabetes Federation (IDF), la World Diabetes Foundation, l’UNHCR e la Insulin-for-Life. È quanto emerso dagli interventi dei rappresentanti di molte di tali organizzazioni nel corso di una tavola rotonda tenutasi al congresso IDF 2017 dal titolo Creare un network per il diabete e la risposta ai disastri. Per la prima volta, il tema diabete e quello dei disastri sono stati trattati in modo unitario, su due binari distinti. “È molto importante la condivisione delle nostre esperienze” ha detto Nizar Al Bache, MD, del Diabetes Center di Doha, Qatar, rappresentante dell’IDF. “Abbiamo lo stesso scopo: aiutare le persone con diabete nel corso di conflitti o disastri. Ma ripetiamo gli stessi errori. È importante che chi vive con il diabete sappia che ci sono persone che si stanno prendendo cura di loro. Ma non possiamo farlo da soli, dobbiamo lavorare insieme”.

Nel meeting è stato stimato che globalmente ci siano 50 milioni di persone strappate violentemente dalle loro abitazioni, e tra questi circa 250 mila persone con diabete tipo 1 che, dopo pochi giorni senza terapia insulinica, rischiano di morire per chetoacidosi.

Parimenti, le persone affette da altre forme di diabete affrontano molte difficoltà nell’approvvigionamento di farmaci e presidi essenziali, come l’insulina, le strisce reattive, una nutrizione adeguata e una corretta attività fisica, e nella gestione delle altre comorbilità come l’ipertensione e la dislipidemia.

Per questi motivi c’è un urgente bisogno di protocolli di intesa per la gestione di questi eventi. Per i professionisti delle associazioni umanitarie e della sanità, i maggiori ostacoli sono rappresentati dalla carenza di piani pre-disastro e dalla generale scarsità delle risorse locali.

La pianificazione e la preparazione sono vitali

Al Bache ha affermato che è vitale che tali piani siano approntati ovunque ve ne sia la possibilità per “prepararsi e sapere quando agire prima di una catastrofe”. Alicia Jenkins, MD, della University of Sydney, Australia, componente della IDF Western Pacific Region, ha confermato. “Non si parla di se, ma di quando: ogni anno nel mondo assistiamo a circa 40 disastri di grandi dimensioni. La pianificazione è indispensabile, e la prevenzione riduce l’impatto negativo dei disastri” ha spiegato. “Abbiamo bisogno di preparare, aggiornare e testare le nostre linee guida locali”.

E ha elencato le numerose situazioni a cui dover fa fronte: assenza di energia, di comunicazioni, di rifugi, di trasporti, talvolta di ordine pubblico. Poi c’è il problema dei servizi igienico-sanitari, dell’acqua sicura, di un approvvigionamento alimentare sano, di farmaci e di quali strutture di trattamento rimangono disponibili. Ci sono poi da considerare multipli livelli di intervento: quello delle persone con diabete e le loro famiglie, dei professionisti sanitari, della comunità locale e nazionale, delle agenzie umanitarie internazionali.Dal canto suo, ha ricordato ancora Alicia Jenkins, l’IDF sta sviluppando raccomandazioni per la gestione delle persone con diabete proprio durante u disastri, basate sul programma già esistente, l’IDF Western Pacific Region Program for Diabetes Management in Natural Disaster. E ancora dell’IDF è inoltre disponibile un summary online in 17 lingue rivolto sempre alle persone con diabete, che consiglia come prepararsi e cosa fare in corso di calamità. Alicia Jenkins ha poi fatto riferimento a un documento prodotto da Diabetes Australia per pianificare la gestione del diabete durante le emergenze.

“Gli attori coinvolti durante scenari di emergenza sono numerosi, e talvolta misconosciuti” ha proseguito la Jenkins. “Ad esempio, nel caso in cui gli abituali interlocutori dell’emergenza – ambulanze, vigili del fuoco, polizia, esercito – non siano contattabili per assenza di comunicazioni, i radioamatori possono rivestire un ruolo chiave. Quando il supporto tecnologico viene a mancare, si ha ancor più bisogno di un piano, di un mezzo anche basilare di comunicazione”.

In tale prospettiva, Debbie Jones, diabetes nurse educator al Bermuda Hospitals Board, Bermuda, ha ribadito che nelle zone colpite da disastri alcuni semplici accorgimenti possono determinare un enorme impatto. Ad esempio, durante l’uragano che ha colpito i Caraibi la scorsa estate, “non era presente in rete nessuna fonte di informazioni centralizzata da cui si potessero reperire i contatti che localmente avrebbero potuto essere impiegati come aiuto”. Possibile soluzione, semplice e banale: “avere siti web con i nomi e i contatti di ogni singolo membro delle associazioni umanitarie. L’importante è che le fonti di informazione siano regolarmente aggiornate”.

Il diabete fa ora parte del Piano di gestione dell’emergenza

In ogni evento disastroso vi è sempre una fase acuta, in cui la priorità assoluta sono coloro la cui vita è in immediato pericolo. Fra le persone con diabete, tale categoria include i pazienti con diabete tipo 1 in chetoacidosi e i pazienti con qualsiasi tipo di diabete con insufficienza renale in trattamento dialitico.

“Medici Senza Frontiere (MSF) si è impegnata a includere il diabete nella nostra risposta all’emergenza” ha spiegato Philippa Boulle, MD, advisor per le malattie non trasmissibili e di leader del team per le malattie croniche di MSF in Svizzera. “Il diabete è una condizione in cui è molto importante fornire una risposta” ha aggiunto, sottolineando che l’insulina e altri farmaci ipoglicemizzanti sono stati aggiunti al kit di farmaci per la risposta alle emergenze di MSF.

Il direttore della United Nations Relief and Works Agency (UNRWA), Akiro Seito, descrivendo i suoi molti anni di lavoro per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente, ha detto che “il diabete è un importante problema di salute” in questa popolazione. “Nel 2016 l’UNRWA ha diagnosticato e trattato un totale di 120.000 pazienti con diabete e i farmaci per la cura del diabete pesano per il 25% dell’intera spesa per farmaci sostenuta dall’agenzia” ha fatto notare Seito. Consapevole che esiste un simile, immenso fardello anche per le altre popolazioni di rifugiati, in particolare per coloro che provengono dalla Siria, l’UNRWA ha organizzato una conferenza internazionale sul tema, tenutasi in Giordania all’inizio dell’anno. Seito ha dichiarato, inoltre, che un appello importante è stato quello di includere il diabete nel piano di risposta all’emergenza sia nelle loro fasi acute che in quelle successive.

L’insulina può essere usata anche in assenza di refrigerazione

Un aspetto importante che il personale sanitario, i pazienti e chiunque altro dovrebbe conoscere riguarda l’insulina e il fatto che “può anche essere usata in assenza di refrigerazione” ha spiegato Neil Donelan, MD, di Insuline for Life Global. “Non c’è energia elettrica e non ci sono celle frigorifere: che fare con l’insulina? Prendi una vanga, scavi un buco e la metti sottoterra” ha detto. “La mancanza di refrigerazione non dovrebbe essere una barriera all’uso dell’insulina” ha ribadito il Neil Donelan, che ha ricordato anche altre opzioni, come l’uso di vasi d’argilla o pelli di capra bagnate. C’è poi l’opzione della refrigerazione ad energia solare, ha detto ancora, e l’industria farmaceutica sta lavorando allo sviluppo di insuline incredibilmente stabili alle variazioni di temperatura, sebbene rimanga la questione della sostenibilità economica per l’utilizzo in situazioni umanitarie.

Il “passaporto del paziente”: i pazienti con diabete dovrebbero conoscere I propri farmaci

“La fase successiva della risposta all’emergenza è la continuità di cura per le patologie preesistenti e il diabete, dopo l’ipertensione, è la più comune di esse” ha affermato Philippa Boulle. Al fine di garantirla è vitale, laddove possibile, che i pazienti con diabete conoscano il nome dei farmaci che stanno assumendo, piuttosto che saltar fuori dicendo che prendono “le pillole rosa o blu”. “Idealmente, ognuno dovrebbe avere un ‘passaporto del paziente’ con informazioni chiave quali i farmaci che assume, l’andamento della glicemia e dei valori pressori” ha sottolineato Philippa Boulle, e “tali informazioni potrebbero anche essere conservate in uno smartphone”. E ha aggiunto che punto chiave durante questa seconda fase della risposta è la collaborazione continua tra le agenzie esistenti: “Dobbiamo armonizzare gli elementi della risposta ed evitare sovrapposizioni”.

Altro fattore chiave in tali situazioni è avere sul campo gente di cui ci si possa fidare, ha affermato il Nizar Al Bache. “I nomi sono importanti. A volte si può inavvertitamente incappare in locali lotte per il territorio. Bisogna essere sicuri che le cose finiscano nelle mani giuste”.

Philippa Boulle ha aggiunto che “un’appropriata valutazione nelle fasi iniziali del disastro può aiutare immensamente a molteplici livelli” e che “la comunicazione continua è il punto chiave del tutto”. Il comoderatore della sessione, Sidartawan Segondo, MD, della University of Indonesia di Giacarta, Indonesia, lo ha sintetizzato con un esempio concreto, che potrà servire a mettere in allerta per il futuro: durante l’emergenza tsunami in Indonesia nel 2004, “la Japanese Diabetes Society ci ha inviato aiuti per migliaia di dollari, ma non c’è stata una buona comunicazione. Noi non abbiamo mai ricevuto il denaro, che alla fine è stato rimandato in Giappone”.


AMD segnala articoli della letteratura internazionale la cui rilevanza e significato clinico restano aperti alla discussione scientifica e al giudizio critico individuale. Opinioni, riflessioni e commenti da parte degli autori degli articoli proposti non riflettono quindi posizioni ufficiali dell’Associazione Medici Diabetologi.