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Diabete No Grazie

Associazione tra disponibilità di cibi pronti e processati nell’ambiente in cui viviamo e diabete tipo 2

Vivere in zone ad elevata densità di punti vendita alimentari non salutari può aumentare il rischio di diabete? Sembrerebbe proprio di sì…
a cura di Sara Colarusso

La rapida urbanizzazione e la trasformazione socioeconomica globale hanno modificato gli stili di vita anche in ambito nutrizionale, con un aumentato consumo di cibi pronti, a maggiore contenuto calorico e a più basso valore nutrizionale.

Se gli stili di vita sedentari e cibi processati, ipercalorici, ricchi in grassi e zuccheri rappresentano i principali fattori di rischio per il diabete tipo 2 (DT2), l’esposizione al contesto alimentare locale nei quartieri urbani delle nostre città sembra associarsi a comportamenti nutrizionali poco sani e alla prevalenza di malattie croniche, così come a una specifica distribuzione geografica di patologie quali obesità, diabete gestazionale e DT2.

Finora pochi studi eseguiti su scala ristretta e su popolazioni poco eterogenee hanno fornito dati non univoci, non generalizzabili e non ripetibili, sull’associazione fra DT2 e l’accessibilità a negozi in grado di condizionare scelte alimentari poco salutari, ossia tutti i punti che vendono prodotti ad alto contenuto calorico, ricchi in grassi saturi, sale e zuccheri.

Un recente studio di tipo osservazionale dell’Università di Hong Kong ha indagato proprio tale relazione su un significativo campione di popolazione inglese (UK Biobank), composto da 347.551 persone, con un’ampia variabilità geografica, ovvero provenienti da 21 città diverse, di età compresa fra i 37 e i 73 anni.

Sono stati individuati punti vendita alimentari quali fast food, ristoranti, pub, caffetterie e bar, entro il raggio di 1 chilometro dalle zone residenziali di appartenenza, esprimendone la densità e la distanza rispetto alle singole abitazioni.

È stato calcolato il rischio di sviluppare DT2 in relazione all’esposizione a cibi poco salutari, verificando anche la correlazione con la distanza chilometrica fra le abitazioni e i punti vendita non salutari più vicini, e correggendo per una serie di fattori confondenti quali sesso, stato occupazionale, reddito, indice di massa corporea, attività fisica, fumo, dieta e consumo di alcol.

Dai dati emerge che la densità di negozi alimentari di cibi pronti, entro il raggio di 1 chilometro, si associa a un aumentato rischio di DT2 nei soggetti maggiormente esposti a ristoranti e caffetterie; nello specifico, il rischio è maggiore dell’11% nel gruppo a maggiore esposizione, ovvero, con 10-70 punti vendita/km2 rispetto a soggetti non esposti. Un effetto protettivo legato alla diluizione della distanza chilometrica, si traduce in una riduzione del 10% del rischio di DT2. Tali risultati sono stati più evidenti nel sesso femminile, nelle persone a medio reddito e in sovrappeso; la significatività è stata però statisticamente evidente solo per il sovrappeso.

In questo scenario, iniziative politiche che tengano conto dell’approccio multidisciplinare ovvero sociale, culturale, architettonico-urbanistico ed educativo, insieme a normative più rigorose per la localizzazione dei punti vendita alimentari di cibi pronti, un maggiore rispetto degli standard di riferimento sui valori nutrizionali, che dovrebbero imporre una corretta etichettatura dei cibi pronti, ridurrebbero il facile accesso ad alimenti non salutari e quindi il loro consumo.

Sono necessari ulteriori studi a più lungo termine per confermare tali evidenze e poter orientare al meglio gli interventi sociopolitici ed economici tesi all’implementazione di corretti stili di vita alimentare e alla prevenzione delle malattie croniche correlate a cattive abitudini nutrizionali, quali obesità e DT2.


Are exposures to ready-to-eat food environments associated with type 2 diabetes? A cross-sectional study of 347 551 UK Biobank adult participants
Lancet Planet Health 2018:2(10):e438-450