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Diabete No Grazie

L’importanza di una progettualità aperta

Progetti sulla città calati dall’alto e immodificabili rischiano di divenire inadeguati o inutili. Un buon progetto deve abilitare e accompagnare l’evoluzione della collettività per la quale è costruito che deve avere la possibilità di modificarlo. La coincidenza con la relazione fra terapia e paziente nelle malattie croniche non è casuale.
A colloquio con Filippo Angelucci

Il tema è caldo: perfino il Papa ha richiamato architetti e urbanisti invitandoli a usare le innovazioni per determinare uno sviluppo che includa e non escluda le persone dalle città.

«Si sta facendo strada la consapevolezza che le città siano ‘dispositivi’ che possono abilitare o disabilitare le persone che vi abitano. La tecnologia ci ha permesso di determinare condizioni di benessere e sicurezza dentro le realtà capsulari degli edifici: abitazioni, uffici, in qualche misura anche fabbriche. E fuori? L’ambiente esterno, le strade, le piazze sono spesso lasciate senza guida, come risultanze di scelte relative ai singoli interventi. Eppure gli spazi urbani possono aiutare, così come ostacolare le persone; questo vale anche sul fronte della salute», afferma Filippo Angelucci ricercatore e docente di Tecnologia dell’architettura presso l’Università degli Studi d’Annunzio di Chieti-Pescara, «Vitruvio, uno dei primi teorici e trattatisti dell’architettura, tracciava un parallelo fra il ruolo dell’architetto e quello del medico, sottolineando come le due professioni, con le loro azioni, possono provocare benefici o danni alla salute della persona».

La parola chiave per architetti e urbanisti è resilienza. Resilienza è un termine che proviene dalla scienza dei materiali (la capacità di assorbire un urto senza rompersi, assumendo nuove configurazioni in grado di resistere agli sforzi) e, passando per l’ecologia, è arrivato a influire anche sul progetto delle città. Una città resiliente è una realtà che riesce a rispondere alle sfide: si tratti di singoli eventi catastrofici (un uragano, un terremoto) o di tendenze di medio periodo (l’aumento del traffico, la chiusura di impianti industriali, l’aumento dell’età media degli abitanti). Su come rendere le città resilienti si è aperto un ampio dibattito.

«Si può aumentare la resilienza di un sistema ambientale, naturale o artificiale, mettendolo nelle condizioni di adattarsi. Occorre facilitare l’adattamento pro-attivo, il cambiamento virtuoso anche dei comportamenti degli abitanti, attraverso spazi evolutivi e trasformabili», nota Angelucci che sottolinea: «Non solo le persone e le collettività sono resilienti: psicologicamente, socialmente, culturalmente. Anche i progetti devono assumere la capacità di adeguarsi alle azioni che le persone e le comunità mettono in atto per risolvere i problemi del vivere quotidiano. Per fare questo, le soluzioni progettuali e tecniche devono farsi mediatrici ‘tattiche’ tra le azioni dal basso e le programmazioni dall’alto».

L’attività di ricerca di Angelucci riguarda, citiamo dalla scheda a lui dedicata nel sito dell’Università d’Annunzio, “la cultura tecnologica del progetto nelle implicazioni teorico-applicative, la progettazione tecnologica dell’ambiente costruito negli aspetti metodologici, di approccio sistemico e tecnico-costruttivi”.

Cosa significa? «Che va ripensato l’agire stesso del progettista: le modalità con le quali è chiamato a operare». Per capire chiediamoci: come nasce una piazza, un’area verde, un edificio pubblico? Il committente, in genere si tratta di un Ente locale, esprime alcune richieste, anche se spesso ignorando le esigenze reali degli abitanti e si rivolge a un progettista per avere risposta a tali richieste, una volta per tutte, con un progetto risolutivo. Il progettista elabora, l’impresa realizza, il politico di turno inaugura e tutto finisce proprio quando tutto dovrebbe cominciare. Nessuno verifica se le risposte del progetto soddisfano le esigenze dei cittadini e sarebbe comunque troppo tardi a conclusione delle opere. Nessuno verifica se queste esigenze sono cambiate.

È un atteggiamento presente anche nella Medicina delle malattie acute. Il paziente arriva con un sintomo, il medico fa la diagnosi, prescrive la terapia, magari la mette in atto (pensiamo al chirurgo) e tutto finisce. Ma le malattie più frequenti e gravi oggi sono croniche. E nelle malattie croniche non ci sono singoli atti di cura risolutivi e ben poco si può fare senza il dialogo con il paziente.

«Lo stesso deve avvenire in architettura. Come il medico di famiglia, come un diabetologo, l’architetto dovrebbe seguire il progetto nel suo svolgersi, nelle sue ‘cronicità’ e deve ascoltare anzi, mettersi a disposizione degli abitanti reali o potenziali. Come un bravo diabetologo, l’architetto nel suo intervento iniziale deve abbattere più muri di quanti possa costruirne, deve immaginare un contesto più aperto e flessibile, porsi come un facilitatore del progetto», spiega Filippo Angelucci che propone un paradosso: «Il progetto può continuare a funzionare solo e perché non è mai finito o almeno, nel momento in cui ha la capacità di affiancare a parti stabili che continuano ad essere funzionali, componenti che hanno la possibilità di mutare ed evolvere con le persone. Per questi aspetti, il paragone tra architetto e medico proposto da Vitruvio torna a essere di particolare attualità».

Occorrono però procedure che superino lo scollamento fra collettività e istituzioni, modalità di progetto che registrino le effettive esigenze degli abitanti e la loro evoluzione nel tempo: «Tenendo conto che le persone esercitano sempre un importante ruolo attivo, anche attraverso micro-trasformazioni spontanee di alcuni spazi o l’abbandono di altri», ricorda l’architetto Angelucci che conclude: «Una città che crea salute è una città che ascolta i suoi cittadini e usa le tecnologie per prevenire i problemi, per identificarne le cause e per rispondere in modo aperto alle necessità delle persone».