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Un medico (di base) per amico

Cosa può fare un medico di Medicina generale per aiutare la persona che vuole prevenire il diabete e le altre condizioni di rischio cardiovascolare? Molto, moltissimo. Non tutto ovviamente, perché il regista della prevenzione è il paziente, o meglio la persona che desidera evitare di divenire paziente.

Come posso capire se il ‘mio’ medico di medicina generale (o ‘di base’, o ‘di famiglia’, come sono chiamati nelle diverse Regioni) può aiutarmi in un percorso di miglioramento e di prevenzione? Vittoriano Petracchini ha una risposta precisa: «Dalle domande che fa», afferma, «siamo abituati a valutare i medici dalla qualità e dall’efficacia delle loro risposte. Ma quando il tema è la prevenzione, le risposte sono difficili da valutare, mentre è importantissimo il numero di domande che il medico fa al suo cliente».
Del resto una delle ragioni per le quali la Medicina di base è considerate lo strumento migliore della prevenzione è proprio il contatto personale continuo e spesso di lunga data con il paziente. «Più cose so, meglio posso fare il mio lavoro», spiega Petracchini, medico di Medicina generale a Torino, un lavoro che richiede anche la capacità di ascoltare, ascoltare le risposte, che vuol dire consentire al paziente di esprimere tutte le difficoltà legate al cambiamento, i problemi connessi alla diagnosi o al rischio di essere ‘ammalati’, le perplessità e i dubbi.

Le domande chiave vertono sulla anamnesi familiare, le malattie e lo stile di vita dei genitori, dei fratelli e dei nonni, «ma soprattutto sullo stile di vita», sottolinea Petracchini. «Vanno fatte con cautela. Le persone oggi sono informate e sanno dove il medico ‘va a parare’, per non fare brutta figura potrebbero dare risposte imprecise o false».
Fare domande non basta, occorre registrarle, «a mio parere una cartella clinica informatizzata oltre a essere utile per qualunque intervento terapeutico, è necessaria per fare prevenzione», spiega Petracchini che ha fatto parte del direttivo torinese della Simg la società scientifica della medicina generale «una buona cartella clinica informatizzata non solo contiene tutte le informazioni ma mi può restituire solo quelle che mi servono quando ho il paziente davanti, Una buona cartella informatizzata attiva degli ‘allarmi’ al paziente a rischio che magari viene in studio solo per chiedere il rinnovo di una ricetta posso dire: “Signora, ma lei sa che dà un anno non controlla la pressione? Lo vogliamo fare? Una buona cartella conduce il medico per mano anche se molte informazioni qualitative diventano difficili da gestire, la moglie che racconta che il marito ha ripreso a fumare o ha cessato di fare esercizio fisico, la notizia indiretta che vengo a sapere e che rischia di sfuggirmi fra le dita».
Indipendentemente dai supporti informatici, il primo passo per aiutare la persona che vuole fare prevenzione è la valutazione del rischio, di diabete nello specifico e cardiovascolare in generale. «Occorre valutare se esiste una familiarità per diabete, per obesità e malattie cardiovascolari. Poi si accompagna il paziente sulla bilancia, si misurano l’altezza, il giro vita, e la pressione», elenca Petracchini, «se anche un solo valore è fuori norma, o se scattano comunque dei campanelli d’allarme è opportuno prescrivere un esame della glicemia, meglio se provocativo come l’Ogtt, un test del colesterolo e dei trigliceridi. Con questi numeri io posso definire il livello di rischio e magari impostare delle terapie preventive mirate».

Se i valori fuori norma o anche solo troppo vicini al limite sono diversi, può essere utile prescrivere esami più accurati, «a una persona che magari ha solo 94 di glicemia a digiuno ma è sovrappeso, ha i trigliceridi alti e familiarità per ictus prescrivo una ecodoppler carotidea, oltre al classico elettrocardiogramma», afferma il medico torinese che si dichiara contrario a «a fare esami per il gusto di farli, ma anche a classificare il rischio solo quando questo si è già tradotto in ischemie o ictus».
Effettuato questo inquadramento il medico di Medicina generale può impostare la parte più difficile, convincere la persona a migliorare le sue abitudini. «E non basta farlo una volta sola: il messaggio deve essere rinforzato, altrimenti la motivazione è destinata a estinguersi. Il vantaggio del medico di famiglia è che ha mille occasioni di incontrare il paziente e per ascoltarlo».
Petracchini lamenta che nel curriculum degli studi universitari non fossero presenti corsi di comunicazione efficace: «Oggi la Medicina generale si sta attrezzando, adeguando tecniche di counseling mirato», spiega, «ma non è facile: la modificazione degli stili di vita una delle cose più complicate. A qualche paziente basta spiegare il problema per ottenere una risposta positiva, altri invece sono tetragoni. Una cosa è sicura: non bisogna comunque perdere la speranza. Se dimentico di chiedere al paziente che fuma, “Ma lei fuma ancora?”, se ometto di invitare il paziente più sedentario a fare dell’esercizio fisico, questi penserà che dopotutto il suo stile di vita è tollerato. E questo gli fornisce un alibi per continuare a fumare o a passare i weekend sul divano».