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Metanalisi sull’associazione tra utilizzo di SGLT2 inibitori e outcome cardiovascolari e renali nei pazienti affetti da diabete tipo 2

Punti chiave

Domanda: L’efficacia degli SGLT2 inibitori sugli outcome cardiovascolari e renali nei pazienti diabetici è simile per tutti i componenti di tale classe di farmaci, al di là della presenza o assenza di malattia cardiovascolare o di malattia renale?

Risultati: Una recente metanalisi condotta su 6 studi randomizzati e controllati conferma che la classe degli SGLT-2 inibitori riduce il rischio di eventi cardiovascolari nelle persone con diabete tipo 2 evidenziando una riduzione simile tra le molecole del rischio di eventi cardiovascolari maggiori e una eterogeneità di risultati sulla mortalità per cause cardiovascolari.

Significato: Gli SGLT-2 inibitori presenterebbero una certa eterogeneità di associazione con gli outcome relativi alla morte per cause cardiovascolari, mentre presenterebbero un consistente vantaggio di classe sugli outcome relativi allo scompenso cardiaco e alla progressione della malattia renale.


A cura di Alessandra Clerico

2 novembre 2020 (Gruppo ComunicAzione) – Una recente metanalisi pubblicata su JAMA da Darren McGuire (University of Texas Southwestern Medical Center, and Parkland Health and Hospital System, Dallas, TX; USA) e collaboratori ha voluto valutare l’efficacia degli SGLT2 inibitori sugli outcome cardiovascolari e renali nelle persone con diabete.

Sono quindi stati presi in considerazione un totale di 6 studi clinici randomizzati e controllati di outcome cardiovascolare e renale in persone con diabete tipo 2 (EMPA-REG OUTCOME, CANVAS, DECLARE-TIMI 58, CREDENCE, VERTIS CV). Le analisi sono state effettuate sull’intera popolazione arruolata nei suddetti studi. L’estrazione dei dati è avvenuta utilizzando il metodo PRISMA e il modello a effetti fissi.

Oltre a differire per tipologia di campione analizzato, gli studi analizzati differivano per outcome clinico principale: che, eccetto per il CREDENCE, era il tempo di insorgenza di un evento cardiovascolare maggiore (MACE, major adverse cardiovascular event) quale l’infarto del miocardio, l’ictus o la morte cardiovascolare. L’outcome principale nello studio CREDENCE era invece un outcome composito di malattia renale. Per la metanalisi in oggetto il principale outcome è stato il tempo di insorgenza del primo MACE, includendo come outcome secondari l’insorgenza dei singoli eventi che compongono il MACE, l’ospedalizzazione per scompenso cardiaco o morte cardiovascolare, morte per tutte le cause e l’outcome composito renale. La composizione dell’outcome renale era comunque variabile tra gli studi e includeva la variazione del filtrato glomerulare (GFR, glomerular filtration rate) o della creatinina, la malattia renale allo stadio termina con o senza indicazione a dialisi o trapianto renale, la morte renale o cardiovascolare.

Sono stati analizzati dati relativi a 46.969 soggetti diabetici, 31.116 (66,2%) dei quali affetti da malattia cardiovascolare. L’età media dei soggetti era di 63,7 anni (SD 7,9); 30.939 (65,9%) erano donne e 36.849 (78,5%) erano bianchi. Il numero medio di partecipanti per singolo studio era di 8246 soggetti (range da 4401 a 17.160).Complessivamente, gli SGLT2 inibitori sono risultati associati a una riduzione del rischio di eventi CV maggiori (HR, 0,90; IC 95%, 0,85-0,95; Q statistic, P = .27), di scompenso cardiaco e morte cardiovascolare per scompenso (HR, 0,78; IC 95%, 0,73-0,84; Q statistic, P = .09) e di outcome renali (HR, 0,62; IC 95%, 0,56-0,70; Q statistic, P = .09) senza una significativa differenza di associazione con il risultato.

La riduzione di rischio per scompenso cardiaco è risultata essere consistente per tutti gli studi (HR, 0,68; IC 95%, 0,61-0,76; I2 = 0,0%) mentre è stata osservata una differenza significativa di associazione per l’outcome di morte cardiovascolare (HR, 0,85; IC 95%, 0,78-0,93; Q statistic, p = 0,02; I2 = 64,3%). La presenza o l’assenza di malattia cardiovascolare non ha modificato la riduzione del rischio associato agli eventi CV maggiori (HR, 0,89; IC 95%, 0,84-0,95 e HR, 0,94; IC 95%, 0,83-1,07, rispettivamente; p for interaction = 0,63) così come non ha modificato la riduzione del rischio associato allo scompenso cardiaco (p for interaction = 0,26), allo scompenso/morte CV (p for interaction = 0,62) e agli outcome renali (p for interaction = 0,73).

L’analisi dei dati suggerisce inoltre che l’empagliflozin si associ in particolare a una riduzione del rischio di morte cardiovascolare, il canagliflozin a una riduzione del rischio per MACE e dell’incidenza di progressione della malattia renale cronica e il dapagliflozin a una riduzione di rischio di scompenso cardiaco, caratteristiche anche riconosciute sulla scheda tecnica delle molecole. Ma al di là della singola caratteristica, è evidente per l’intera classe di farmaci una solida associazione con la riduzione del rischio di scompenso cardiaco indipendentemente dalla presenza o assenza di malattia cardiovascolare o di compromissione renale. Resta meritevole di ulteriori studi e approfondimenti l’eterogeneità che si è riscontrata di associazione con gli outcome di morte cardiovascolare.


JAMA Cardiol 2020 Oct 7;e204511

PubMed


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