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Andare verso una società della conoscenza significa valorizzare “il sapere al lavoro”

Gualtiero de Bigontina intervista Carlo Rizzi



Gualtiero de Bigontina

Carlo Rizzi

Quante volte abbiamo osservato che la performance professionale si discosta dal dichiarato, dalla condivisione dell’importanza di una proposizione scientifica evidence-based.

 

Quante volte abbiamo riflettuto che ad una offerta formativa non corrispondeva il cambiamento professionale che pure era stato sottoscritto al termine del percorso formativo (es. corsi di Educazione Terapeutica Strutturata, attività di facilitazione all’accreditamento professionale eseguita c/o un centro diabetologico).
AMD, a fronte di una importante attività di orientamento sui bisogni del diabetico, diabetologo, team diabetologico e sistema sanitario, di attivazione di processi in grado di realizzare i prodotti che immaginiamo dovrebbero aiutare a soddisfare i bisogni, sta davvero raccogliendo il consenso, comprensione, i feedback che ci aspettiamo?

La materia prima di AMD è la conoscenza. Essa va alimentata, trasformata, estesa, disseminata.

Ci abbiamo messo molto impegno, in modo spesso disinteressato, ma questo aspetto pulito non ci garantisce comprensione e successo.

 

Ancora una volta serve conoscenza sul modo in cui noi scambiamo conoscenza.

A questo riflettevo. Poi capita il fattore C, ti succede di leggere il Sole, di essere attratto da un titolo, di trovare un’indicazione, di verificarla, ed ecco che entra in campo Carlo Rizzi, un collaboratore del Dipartimento di Informatica e studi aziendali, dedito a ricerche e studi in materia di Knowledge Management e Learning Organization, della Facoltà di Economia di Trento, a cui ho rivolto alcune domande.

Quando si è cominciato a parlare di conoscenza come fattore chiave di sviluppo?
All’incirca a partire dalla metà degli anni ’90, molti autori come Drucker, Davenport, Nonaka e Stewart hanno sottolineato l’importanza della conoscenza come risorsa chiave nei processi di sviluppo economico e sociale. Seppur con toni e approcci estremamente diversi tra loro, è stato sottolineato come si stia andando verso una società della conoscenza, Knowledge Economy, e come le organizzazioni debbano valorizzare “il sapere al lavoro”.

Che cos’è il Knowledge Management?
Innanzitutto premetto che una definizione di che cosa sia il Knowledge Management non è facile, dato che, come mi suggerisce il professore Matteo Bonifacio docente di KM con cui collaboro, la conoscenza non è facile da definire. Quando si cerca di stabilire che cosa sia il sapere si sentono definizioni eterogenee in cui si parla di conoscenza esplicita e implicita, pratica e teorica, di schemi cognitivi e di emozioni… Insomma, un insieme di definizioni che sembrano incapaci di determinare entro i limiti di una semplice definizione che cosa sia la conoscenza. Per cui mi limito a spiegare che il KM e le tecnologie ad esso collegate sono ritenuti, nell’ambito della Knowledge Economy, i modelli e gli strumenti che rispondono all’esigenza di impiegare e gestire il sapere come asset di valore nelle attività d’impresa e, inoltre, vengono considerati in grado di incentivare l’individuo ad esplicitare le proprie conoscenze, a condividerle e a renderle accessibili.
L’organizzazione, allo scopo di trovare soluzioni soddisfacenti per raggiungere i fini e ridurre l’incertezza, esegue processi di ricerca basati sulla razionalità, per quanto essa si ponga come una risorsa limitata. Per superare questo limite, l’organizzazione sfrutta la conoscenza al fine di determinare le alternative e valutare le conseguenze per giungere ad un esame della soluzione secondo criteri di soddisfacibilità. Oggi, un’impresa come anche una struttura ospedaliera, un centro di ricerca, un presidio ha la possibilità di scegliere tra una serie estesa di differenti proposte di KM e delle sue soluzioni al fine di migliorare i propri flussi di condivisione delle conoscenze.

A proposito di Knowledge Management in campo medico, ci sono contributi interessanti?
Di certo è innegabile l’apporto della conoscenza nel campo medico e quanto la sua gestione contribuisca al miglioramento della qualità della ricerca e dell’assistenza sanitaria. Anche nel campo della medicina esistono iniziative ed applicazioni di Knowledge Management, spesso connesse con progetti di e-Health. Nel campo della ricerca, tra i contributi più freschi a livello internazionale c’è la terza conferenza di Professional Knowledge Management (WM2005), in cui compare una sezione dedicata al Knowledge Management in Medicine (KMM05). Da questi lavori emerge l’attenzione verso l’applicazione di sistemi di KM a supporto della ottimizzazione dei processi ospedalieri, della gestione dei workflow e delle terapie condotte in collaborazione tra i medici.

Questi contributi si sono posti come obiettivo quello di dimostrare, attraverso la rappresentazione di casi di studio, come le soluzioni di KM possano essere accettate e integrate nella routine giornaliera della gestione sanitaria. Dunque, una cosa molto importante. Tre i temi portanti del workshop: il primo legato all’integrazione e accettazione delle soluzioni di KM, il secondo relativo alla disponibilità e usabilità delle conoscenze cliniche documentate, e, infine, il terzo centrato sul controllo e riduzione dei costi nell’organizzazione sanitaria.

Inoltre, l’interesse europeo espresso nell’European eHealth action plan esistente dal 2000 e i numerosi progetti, per citarne alcuni, il Remote Monitoring of Diabetic Foot (DIAFOOT), il Fully Digital Microscopy for routine diagnostics and integration into hospital information workflow (E-SCOPE), il Privacy Enhancement in Data Management in eHealth (PRIDEH), Regional Secure Healthcare Networks (RESHEN), fanno comprendere il trend attuale rivolto ai sistemi di gestione della conoscenza in ambito medico.

Secondo lei in Italia come si sta procedendo?
In Italia, è stata data attuazione alle linee strategiche comunitarie soprattutto attraverso lo sviluppo di progetti di informatizzazione della Sanità, come si evince dai rapporti provenienti dalle fonti quali la Fondazione Censis, dal Forum PA, come anche Sanità Elettronica, Forum Biomedica, Ministero della Salute e il Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie. Vi è da sottolineare però, che il focus di queste iniziative, sia italiane sia europee, sembra essere troppo centrato sulla sola applicazione delle nuove tecnologie, questo è un fenomeno di eccesso di uso tecnologico chiamato effetto di IT-Driven. Ciò comporta che la tecnologia viene intesa come la soluzione ai problemi quando, invece, è più importante porre attenzione ai processi di apprendimento e ai flussi mediante i quali si trasferiscono le conoscenze, come ci insegnano i differenti approcci di KM. Inoltre, tali sviluppi tecnologici avvengono spesso in ambiti ristretti e locali senza tenere conto dell’importanza che hanno l’esperienza e la conoscenza accumulata nel progetto, le fonti più utili per il processo di innovazione futura. Sarebbe auspicabile che le Istituzioni, assieme alle Società Scientifiche, curassero maggiormente l’aspetto di “disseminazione” del sapere proveniente da queste iniziative progettuali, in modo da poter impiegare l’esperienza creativa passata nei progetti futuri.

In ambito della diabetologia occorre fare Knowledge Management?
In ambito di assistenza sanitaria, il KM, se depurato da una eccessiva implementazione di strumenti tecnici, può incentivare i medici, i pazienti e gli altri operatori sanitari ad esplicitare le proprie conoscenze, a condividerle e a renderle più accessibili. Sulla base dell’esperienza che sto svolgendo in AMD, potrei dire che in diabetologia il diabetologo deve fronteggiare un mondo complesso che richiede molte informazioni e conoscenze. Egli, infatti, deve aver a che fare con una manifestazione della malattia ambigua e complessa, di cui cioè esistono molteplici interpretazioni, per cui ogni caso clinico richiede una attenzione particolare (storia del paziente, terapia adottata e complicanze accertate). Inoltre, il diabetologo nell’intraprendere le scelte per sviluppare una cura appropriata e definirne un percorso deve saper gestire un insieme eterogeneo di conoscenze provenienti da fonti di evidenze cliniche, di standard di cura ed esperienze indirette. Oltre a ciò, il medico, ha la necessità di svolgere la cura in linea con i principi e le norme dettate dalle istituzioni (LEA e disposizioni secondo il piano sanitario regionale) e dalla struttura in cui opera (uso degli ambienti di cura e rapporti con le altre specialistiche). Infine, il diabetologo si trova a dover commisurare il piano di cura alla realtà dell’ambiente che lo circonda (spazi, farmaci, strumenti di analisi e di cura) e condividere conoscenze con altri medici, specialisti, infermieri ed altri operatori. In questo contesto, “produrre” assistenza richiede un grande sforzo di condivisione del sapere con molti attori dell’universo diabete. Per questo ritengo che il Knowledge Management possa essere di aiuto in tale contesto.

AMD può ritenersi in linea con il Knowledge Management?
AMD di certo sta contribuendo ad alimentare, trasformare e a diffondere conoscenza attraverso le proprie iniziative e i propri progetti nati dall’obiettivo di innalzare il livello qualitativo dell’assistenza diabetologica in Italia. Ritengo, però, che gli sforzi posti nel trasferire nuove conoscenze pratiche attraverso la formazione e l’accreditamento professionale, al fine di rendere omogenea l’assistenza, non tengano conto in modo sufficiente di come questi nuovi saperi debbano essere effettivamente applicati quotidianamente nei contesti locali. Mi sto riagganciando ad un tema tipico di KM, la dicotomia tra conoscenza come pratica (e tacita) e conoscenza come sapere astratto (ed esplicito). Il sapere astratto e ideale che viene trasmesso, ad esempio, nei corsi di formazione può perdere di valore nel momento in cui il diabetologo, tornato al proprio ambulatorio, non possa applicare la nuova conoscenza e debba fare uso della consueta pratica. Affinché il sapere insegnato non perda il suo valore è necessario un supporto a tale processo educativo, in modo da rendere la conoscenza applicabile. Ciò comporta il passaggio dalla formazione all’apprendimento pratico, un processo di certo non facile in cui gli approcci e gli studi di Knowledge Management possono certamente essere di aiuto. Ci tengo, però, a sottolineare che il successo di queste iniziative non sta negli strumenti tecnologici a supporto delle attività, ma nel coinvolgimento degli attori del sistema diabete, in primis le istituzioni e le società scientifiche come AMD. Per iniziare un impegno simile, credo che due siano le domande fondamentali da farsi; la prima come trasferire il sapere (formazione) e la seconda che cosa serva a questo sapere per essere appreso ed applicato in concreto (apprendimento pratico).

Letture suggerite

  1. Davenport TO, Prusak L., 1998, Working Knowledge, Boston, MA, Harvard Business School Press, trad. it. Il Sapere al Lavoro, Milano, Etas Libri, 2000.
  2. Druker P, 1993, Post-Capitalist Society, Oxford, Buttetworth Heinemann, trad. it. La società Post-Capitalistica, Milano, Sperling & Kupfer Edition.
  3. Nonaka I, 1994, A Dynamic Theory of Organizational Knowledge Creation. Organization Science, 5 (1), 14-37.
  4. Nonaka I, Takeuchi H., 1995, The Knowledge Creating Company, Oxford, Oxford University Press.
  5. Stewart TA, 1994, Your Company’s Most Valuable Asset: Intellectual Capital, Fortune 3/10.

Altre fonti

  1. WM2005 :http://wm2005.iese.fraunhofer.de/index-en.html
  2. European eHealth: http://europa.eu.int/information_society/eeurope/ehealth/index_en.htm
  3. Censis : http://www.censis.it/
  4. Forum Biomedica : http://www.forumbm.it/
  5. Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie http://www.innovazione.gov.it/
  6. Ministero della Salute http://www.salute.gov.it/
  7. Sanità Elettronica http://www.sanita.forumpa.it